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Le “sberle” di Platone e Virgilio ai nativi digitali

Il recente articolo di Maria Pia Biroccesi solleva questioni di primaria importanza per ogni classicista che sia impegnato nella didattica. Gli studenti con i quali lavoro (insegno latino e greco) spesso (e giustamente!) si pongono la domanda sull’utilità di un esercizio oggettivamente molto impegnativo qual è quello della traduzione. Questa impresa infatti richiede conoscenze sicure nelle due lingue (quella di partenza – il latino o il greco, e quella di arrivo – l’italiano), richiede la pazienza (quindi il tempo) di applicazione di un metodo e richiede anche la disponibilità al rischio di affrontare l’ignoto (non sai in anticipo che cosa ti sta per dire il passo che hai di fronte).

Dire che il nostro mondo vuole “tutto e subito” non è certo un’osservazione originale (ma è solo un atteggiamento del nostro secolo? è una tendenza, presente in tutti i tempi, cui la ragione può mettere correttivi?): certo è che il “tutto e subito” si scontra con il lavoro di pazienza dell’esercizio traduttivo dal latino e dal greco, e molto spesso lo rifiuta.

Per quanto mi riguarda, trovo che proprio il fatto che la domanda sul significato di questa attività riemerga continuamente, negli studenti ma anche in me, sia segno che ci troviamo di fronte a qualcosa di interessante. Infatti un’esperienza educa nel momento in cui una persona la fa propria: in questo senso la domanda sul valore dello studio delle lingue classiche e conseguentemente sul valore dell’esercizio traduttivo rimane aperta, perché ciascuno deve trovare e far sua la risposta: non una volta per tutte, ma ogni volta di fronte alla situazione (in genere, di difficoltà…) in cui un testo chiede di essere decodificato e risignificato.

D’altra parte, istituzionalmente (nei programmi del liceo classico rimane lo studio delle lingue classiche e il “voto nello scritto”) è sostenuto il valore formativo di questa prassi tradizionale: dunque la risposta alla domanda sul senso di tale esercizio non può essere solo affidata all’intuizione del singolo, ma deve proporsi anche in sede istituzionale.

Tradurre un passo d’autore, anche solo di 10-12 righe, chiede tempo e fatica: lo studente di fronte a un testo deve applicare, in un contesto nuovo, delle conoscenze precedentemente acquisite, usando (o creando) dei modelli di metodo. È evidente a chiunque vi rifletta anche solo un attimo il formidabile potenziale di questo esercizio. Lo scoglio contro cui di solito però si frantuma l’entusiasmo è duplice: da una parte le conoscenze precedentemente acquisite son spesso incerte, dall’altra anche nel momento della traduzione occorre l’impegno che faccia fronte alle difficoltà inaspettate.

Per altro lo studente si accontenta in genere di capire più o meno il significato del passo proposto e di ripresentarlo in un italiano quanto meno ardito e sicuramente non usuale (non è la lingua che usa quando parla né che usa quando scrive un tema), a meno che non cerchi una traduzione già pubblicata (tutti i classici sono facilmente reperibili in italiano, stampati ma anche on-line), interrogandosi ulteriormente sull’utilità di una produzione maldestra a fronte di eccellenti e comode offerte alternative.

L’osservazione di tutto ciò rende scettici spesso non solo gli studenti, ma anche gli insegnanti stessi, come osserva Maria Pia Biroccesi che espone molto chiaramente la situazione.

E tuttavia il momento traduttivo è l’esperienza di un incontro con un altro da me che, se ha scritto, riteneva di avere qualcosa da comunicare e, se è stato trascritto nel corso dei secoli da ignoti copisti, si è imbattuto in qualcuno che ha ritenuto importante ciò che egli intendeva comunicare. Occorre però la pazienza e l’umiltà di non saltare passaggi, di non cercare scorciatoie ma di mettersi in ascolto, consapevoli che il testo abbia qualcosa da dire. Spesso nella prassi invece lo scritto è lo scotto da pagare, insieme allo studio di regole linguistiche e paradigmi, per conoscere il pensiero degli autori classici. Senza riflettere adeguatamente sul fatto che non si dà pensiero senza lingua e che se il pensiero modella la lingua, anche la lingua modella il pensiero.

Un mondo dove il “tutto e subito” è imperante, dove “meno faticoso” significa “migliore” non può apprezzare questo lavoro di pazienza e di ascolto: ma senza allenarsi all’ascolto non se ne può raggiungere la capacità, e senza capacità di ascolto la realtà sembra muta, così da perdere lo spessore che la fa invece interessante.

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2012/2/22/SCUOLA-Le-sberle-di-Platone-e-Virgilio-ai-nativi-digitali/2/246083/

Perché la “generazione mutante” divide progressisti e conservatori?

La questione dei “nativi digitali” ha ottenuto una notevole attenzione negli ultimi tempi. In modo particolare abbiamo visto organizzarsi intorno al tema due “partiti” molto agguerriti: quello di coloro che sono a favore e quello di coloro che si dichiarano invece completamente “contro”. Il motivo del contendere mi pare si sia legato soprattutto alle ragioni della loro esistenza. Esistono i nativi digitali? È proprio vero che coloro che sono nati da un certo anno in qua hanno caratteristiche cognitive completamente diverse da quelle degli adulti? I “nativofili” dicono di sì e affermano di poter addurre le prove di ciò addirittura su base neurofisiologica. Chi li contrasta nega tutto: dice che gli esperti veri delle tecnologie, in casa, sono gli adulti, non i ragazzi e che con la faccenda dei nativi si stanno confondendo destrezza e competenze, familiarità con gli strumenti e intelligenza critica degli stessi.
Vorrei affrontare il problema da un altro punto di vista. Per farlo mi lascio aiutare da un passo che credo calzi perfettamente con il senso del mio discorso. Eccolo: «Nel cinematografo la drammaticità è quasi tutta riposta nel fatto visivo, di fronte al quale il parlato ha un’importanza affatto subordinata. L’arte di “assistere” allo spettacolo si trasforma in un’abilità a rapidamente percepire e comprendere delle immagini visive che si trasformano continuamente. I giovani hanno educato in se stessi questo “sguardo cinematografico”, portandolo a un grado che stupisce le persone della passata generazione. Il mutato atteggiamento spirituale implica però l’atrofia di intere serie di funzioni intellettuali. Si rifletta un po’ alla differenza tra l’attività intellettuale necessaria per partecipare intelligentemente al godimento di una commedia di Molière, e quella che in noi sprigiona un film. Senza voler innalzare l’intellezione cerebrale al disopra di quella visuale, bisogna pur ammettere che il cinematografo lascia inerte un gruppo di mezzi di percezione estetico-intellettuali; e questo deve cooperare all’indebolimento del raziocinio».
Si tratta di una pagina della Crisi della civiltà di Johan Huizinga. Siamo nel 1935. E come si vede il dispositivo retorico è esattamente lo stesso di quello che troviamo all’opera nel tema dei “nativi”: la tecnologia (nel caso di Huizinga il cinema, che mutatis mutandis occupava allora il luogo di Internet e del social network) influisce sulle giovani generazioni e le rende irrimediabilmente diverse da quelle passate. Huizinga accenna allo “sguardo cinematografico” dei giovani, oggi a proposito dei “nativi” parliamo dimultitasking, di attenzione periferica, di surfing; il culturologo olandese accenna all’atrofia di alcune funzioni cerebrali, al venir meno del ragionamento, oggi vi è chi parla di pensiero solo superficiale, di profondità sacrificata alla rapidità dell’esecuzione.

Parlo di dispositivo retorico perché mi sembra che ci si trovi di fronte a una costante dell’affermazione sociale di una nuova tecnologia. Questa costante è la suasovradeterminazione di significato, da parte di tutti, i suoi entusiasti sostenitori e i suoi detrattori. Gli uni ne enfatizzano le magnifiche possibilità sperando così di aiutarne l’avvento, gli altri ne accentuano la pericolosità per scongiurarne l’adozione. Il tratto comune a entrambe è che dall’abbondanza dei discorsi derivino i fatti, cioè, in altre parole, che la profezia si autoavveri.
La partita si gioca di solito sul terreno dei giovani. Sono loro ad essere più sensibili (o più esposti) al nuovo. Le ragioni sono facili da comprendere: chi dovrebbe trovarsi meglio con il nuovo, subirne le seduzioni, farlo parte delle proprie pratiche, se non le nuove generazioni? E gli altri? Gli adulti? Ovviamente, appartenendo a una generazione precedente, essendo cresciuti a contatto con altre tecnologie, non possono che denotare una differenza rispetto ai giovani. Questa differenza viene considerata, secondo che la si voglia ritenere un valore o un limite, o come una forma di ritardo (come capita per i fautori della tesi sui “nativi”) o come un’opportunità di distinzione (per tutti coloro che come Huizinga ritengono che il nuovo comporti in qualche modo la rinuncia a quanto di buono il passato ci consegna).
Siamo così al cuore dell’analisi. Quali sono le ragioni che portano a “brandire” con tanta decisione (e dedizione) questo dispositivo retorico? A cosa serve convincersi(ci) di avere a che fare con una generazione mutante?
Serve, possiamo rispondere, a costruire un racconto. Il racconto di chi, entusiasta, pensa che i “nativi” abbiano una marcia in più, è un racconto di emancipazione. Questo racconto recita: “I giovani, grazie ai nuovi media, sono diversi. Il mondo degli adulti – la scuola in primis – è in ritardo rispetto a loro. Occorre cambiare tutto per intercettare il nuovo”. Al contrario, il racconto di chi, scettico, pensa che i “nativi” non sappiano più dove sta di casa la cultura, è un racconto di conservazione. Questo racconto recita: “I giovani, per colpa dei nuovi media, sono diversi. Il mondo degli adulti – la scuola in primis – detiene ancora per fortuna i contenuti e i valori che loro stanno perdendo. Occorre difenderli per neutralizzare il nuovo”.

Dietro a questi racconti “lavorano” diverse ragioni: le ragioni economiche dei produttori e dei provider; le ragioni politiche dei decision maker; le ragioni personali di chi, insegnante o genitore, cerca alibi per la sua paura o la sua voglia di non far fatica. Nessuna di queste ragioni si colloca sull’unico piano serio dell’analisi, ovvero quello educativo. Abbandonare la provincia morale dei discorsi che si spera si autoavverino e scendere sul terreno delle pratiche in contesto, sostituire i discorsi in libertà con la ricerca e la sperimentazione metodologicamente fondate: credo questo sia l’imperativo. E forse anche l’unico modo per capire se i ragazzi sono veramente diversi, oppure se (purtroppo) non sono piuttosto gli adulti ad essere terribilmente sempre uguali.

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2011/6/6/SCUOLA-Perche-la-generazione-mutante-divide-progressisti-e-conservatori-/3/183471/

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