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Complessità e ricadute delle culture di rete

Bernardo Parrella

Pur con tutto l’annesso can-can mediatico, il fresco sbarco di Facebook alla borsa USA è stato un bel tonfo. Anzi, l’ennesima riproposizione della «bolla dot-com» di metà anni 1990, entrambe miseramente scoppiate. In dieci giorni il titolo ha perso 10 dei 38 dollari a cui era stato quotato e vale ancora 29,5 volte i profitti attesi per il 2014. Intanto Morgan Stanley promette rimborsi per chi ha pagato oltre i già gonfiatissimi 43 dollari ad azione, e insieme a Mr. Zuckerberg dovrà affrontare due cause legali per questo azzardato collocamento.

Una storia tutt’altro che bella, da aggiungere alla sfilza di fatti concreti e motivate critiche che da tempo vanno chiarendo, ad addetti e profani, i veri contorni del social network per antonomasia. Infrazioni alla privacy, account che spariscono o vengono clonati, campo libero a business e inserzionisti (i suoi veri utenti), ipercentralizzazione dell’uso della Rete.Tanti, insomma, i motivi per uscirne. Come ha fatto già due anni fa, insieme a decine di migliaia di persone, Geert Lovink, teorico delle culture della Rete e direttore dell’Institute of Network Cultures all’Università di Amsterdam. Per il quale «la motivazione primaria per unirmi all’esodo riguardava la crescente centralizzazione dei servizi internet offertici gratuitamente in cambio della raccolta di dati, profili, gusti musicali, abitudini sociali e opinioni personali… Quel che va difeso è il principio stesso delle reti decentralizzate e distribuite».

È quanto ci racconta lui stesso nel suo ultimo lavoro, fresco di stampa in Italia Ossessioni Collettive. Critica dei social media. Un pungente invito a fermarci un attimo e riflettere sugli effetti che certi social network hanno sulle nostre vite oramai sature di informazioni. Dove però non trapela né rassegnazione né pessimismo, quanto piuttosto una lucida analisi delle strutture politiche e del potere incorporati nelle tecnologie che modellano la nostra vita quotidiana. E anche qualcosa di più: un bel quadro su pratiche alternative possibili per riprenderci in mano la cultura di rete e la partecipazione concreta, sempre grazie all’onda lunga di un Internet tutt’altro che legata al fumo propostoci da cyber-utopisti vecchi e nuovi.

È per esempio il caso della cronistoria delle radio libere di Amsterdam, poi divenute«bivacco da campo» e infine pirata, per la delizia del mondo intero. Oppure quando si dettagliano le iniziali incursioni degli attivisti olandesi nella blogosfera irakena all’indomani dell’invasione USA per rilanciarne le dinamiche dal di dentro – tema oggi scomparso dai nostri radar perché, in bella sostanza, non fa più notizia. Né mancano ficcanti analisi della vita googlizzata nella società della consultazione online: sono i motori di ricerca (leggasi: Google) a creare automaticamente le nostre relazioni sociali, e «quel che percepiamo come personale viene ridefinito dal sistema come qualcosa da dare in pasto al motore».

In altri termini: prima era Internet a cambiare il mondo, oggi è il mondo che sta cambiando Internet. Eppure rimaniamo lì a coltivare la nostra ossessione collettiva per l’identità e il management di sé stessi, a cui vanno aggiunte la frammentazione e il sovraccarico di informazione della cultura online. Un quadro che lascia pochi varchi, se non, come invita ancora l’autore, alla necessità di «scavare nei conflitti concreti che emergono dalle condizioni esistenti in rete». Perché in questo lavoro, che riprende e amplia i precedenti sempre tesi ad affrontare in chiave critica i principali nodi tematici delle culture di rete, Lovink offre un panorama ancora più ampio e ben vissuto dal di dentro, evitando posizioni retoriche e rifiutando ogni integralismo o faciloneria che pure sarebbero conseguenza quasi diretta dell’odierno sfilacciarsi di tante modalità del digitale.

In questa prospettiva, ricorda Vito Campanelli nell’introduzione al volume italiano, l’analisi si sottrae alle paludi speculative dell’accademia e delle istituzioni culturali tradizionali che si sono mostrate del tutto inadeguate rispetto «alla fluidità degli oggetti mediatici di questa nostra era del tempo reale». Il quadro creato dalle pratiche del digitale è assai più complesso di tante semplificazioni odierne, e uno dei trucchi intepretativi sta nel non credere che non esista altra scelta che far parte di Facebook e Twitter e avere il telefono cellulare accesso 24 ore al giorno. Per non cadere vittima di speculazioni borsistiche nel peggio stile del dot-com, come pure di ossessioni collettive centrate sul «mi piace», l’unica è liberare le nostre capacità critiche e cercare di influenzare in modo diretto tecnologia e spazi di lavoro, convivialità e cyber-attivismo.

IL LIBRO
Geert Lovink
Ossessioni collettive. Critica dei social media
Egea (2012), pp. 304
€ 22,10 – e-pub € 15,99

 

http://www.alfabeta2.it/2012/06/10/complessita-e-ricadute-delle-culture-di-rete/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Alfabeta2+%28Alfabeta2%29

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