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Convegno su progetto classi 2.0 (Bologna, 8 settembre)

Ciao a tutti, segnalo che  8 settembre, dalle ore 9.00 alle ore 17.00, presso l’Aula 1 dell’Università di Bologna, in via Zamboni 32, si terrà il convegno regionale del progetto ministeriale Classi 2.0.Sarà l’occasione per conoscere scelte e percorsi avviati nel primo anno di sperimentazione dalle 12 classi 2.0 presenti in Emilia-Romagna. Il convegno, rivolto in particolare ad esperti, dirigenti, docenti, scuole, impegnati a trasformare e rinnovare ambienti e modalità di apprendimento, permetterà di confrontarsi sul ruolo che possono assumere oggi le tecnologie nella didattica quotidiana, ospitando le più innovative esperienze di scuola del futuro.Alla giornata, realizzata dalla Facoltà di Scienze dell’Educazione, dall’Ufficio Scolastico Regionale e dal nucleo territoriale dell’ANSAS, che insieme hanno affiancato le scuole nella sperimentazione, parteciperà il capo dipartimento del MIUR ed altri referenti nazionali del progetto Classi 2.0.A fine agosto sarà comunicato il programma definitivo e, essendo limitato il numero dei posti, sarà possibile iscriversi on line al convegno. (tratto da http://ntdlazio.blogspot.com/2010/07/clssi-20-in-emilia-romagna-trasformare.html )

Ecco una serie di link interessanti:

http://www.scuola-digitale.it/classi2.0/

http://www.istruzioneer.it/page.asp?IDCategoria=430&IDSezione=1778&ID=336691

lim.tutor@gmail.com

Classe digitale: quali ne sono le caratteristiche

Eccoci qui a parlare di un tema interessante: la classe digitale. Da qualche anno un numero sempre maggiore di scuola si sta dotando di strumenti digitale, primo tra i quali il pc. Negli ultimissimi anni abbiamo visto entrare nella aule anche proiettori e lim. Alcune scuole hanno già una rete internet wifi accessibile agli studenti oltre che ai prof. Da questo punto di vista possiamo dire che molti istituti sono “digitalizzati”. Ma quando, e come, una classe può dirsi digitale? Bella domanda!

Senza dubbio NON bastano gli strumenti, altrimenti sarebbe troppo semplice. Del resto essi non possono mancare. Ma cosa rende una classe un ambiente digitale? A mio avviso il punto essenziale è uno: la classe diviene digitale quando è l’apprendimento a passare per altri canali, quelli si, digitali. Dunque parlerei piuttosto di ambiente di apprendimento digitale e non solo di classe. Il perchè è semplice: grazie alla rete parlare di luoghi fisici sta perdendo di senso. Poter accedere da qualunque posto ad un insieme di oggetti di apprendimento, fa sì che la classe, intesa come luogo fisico, abbatta le sue pareti e diventi qualcosa di più ampio. Dunque una classe, o ambiente, digitale è quello in cui i saperi possono essere prodotti e fruiti in modo diverso. In che modo? Di certo grazie a pc, lim, reti, server e chi più ne ha più ne metta. Ma ora arriviamo al nocciolo della questione: come cambia il sapere nel momento in cui si affacciano tali strumenti? Siamo sicuri che studiare la stessa pagina dal pc sia identico che studiarla dal libro? Io credo proprio di no!

Per ora vi lascio a questa riflessione. Nei prossimi giorni ci occuperemo anche della rivoluzione dei saperi che passa, si spera, per la classe digitale.

lim.tutor@gmail.com

Ancora sulle cose SERIE: precari e la ignobile risposta del ministro

Riporto da http://www.ilfattoquotidiano.it

Una conferenza per rispondere ai precari Il gioco delle tre carte del ministro Gelmini

Una conferenza stampa per rispondere ai precari. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha scelto questa modalità per “dialogare” a chi ha organizzato un sit in di protesta davanti a Montecitorio. E qui, come in diverse parti d’Italia, ci sono anche precari che stanno facendo lo sciopero della fame. Ha cercato di giocare d’attacco, dunque, il ministro, spiegando: “Noi capiamo la sofferenza di molti docenti che hanno studiato per avere un posto che poi non hanno. Ma ereditiamo una situazione dai governi precedenti, sono il frutto di politiche dissolute. Oggi contiamo che siano 229 mila i precari che hanno prestato servizio almeno per un anno, e non possiamo pensare di aggiungerli ai 700 mila insegnanti attualmente impiegati. Il nostro impegno morale è quello di non creare nuovi precari”.

Ammette, la Gelmini, che manca tuttavia uno strumento fondamentale di premessa: un nuovo sistema di reclutamento. “Lo faremo – dice – possibilmente dopo una contrattazione sindacale. E se non ci sarà accordo, attraverso un provvedimento legislativo. Per noi l’obiettivo è quello di costruire un sistema basato sul merito. Solo l’Italia e la Grecia non hanno ancora questo sistema. Non vogliamo contrapporre la qualità alle esigenze di chi lavora nella scuola. Il merito è ormai una richiesta diffusa degli stessi insegnanti”. E allora la sorte dei precari che stanno allargando sempre di più la loro contestazione? Secondo la Gelmini un decreto salva precari e gli accordi con le Regioni saranno gli strumenti per assorbire al massimo i perdenti posto. Ma quanti si salveranno? Il ministro non lo sa: “Non siamo ancora in grado di sapere – ha detto testualmente – chi perderà il posto”. Insomma, naviga a vista. E soprattutto, per mettere in evidenza la bontà dell’operato del governo sulla scuola ha elencato una serie di dati a dir poco sorprendenti.

Sui tagli, innanzitutto. Riducendo al minimo il numero dei posti persi controbilanciandoli con il numero dei pensionamenti. Secondo questo calcolo, negli ultimi due anni i 77 mila posti già tagliati si ridurrebbero a 12 mila. Un vero gioco delle tre tavolette. Un gioco che continua quando il ministro afferma che quest’anno  “sono stati recuperati 10 mila nuovi posti di lavoro”. Ma si dimentica di dire come. E cioè che, a parte i posti per il sostegno per i disabili imposti da una sentenza della Corte costituzionale, buona parte sono ore curriculari assegnati “a spezzoni” che sono stati organizzati in cattedre vere e proprie. Posti, insomma, che già c’erano e che non poteva sopprimere. Per non parlare del tempo pieno alle elementari, che la Gelmini insiste nel dire che è aumentato. Ma continua a confondere le sue 40 ore settimanali con il tempo pieno vero e proprio, che prevede le compresenze, ossia la possibilità di arricchire l’offerta formativa per tener conto delle esigenze degli alunni in difficoltà come di quelli che più talentuosi a cui dare strumenti culturali più adeguati. Insomma il contrario della qualità che ripetutamente il ministro ha vantato.