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Come può un vero maestro aiutare un “io smarrito”

riporto un interessante articolo dall’ottimo sito sussidiario.net

SCUOLA/ Come può un vero maestro aiutare un “io smarrito”?

venerdì 29 luglio 2011

Carlo Fedeli ci ha fatto dono di un’osservazione di Romano Guardini sulla “progressiva attenuazione del senso dell’essere”, e quindi sulla conseguente atrofizzazione della capacità di percepire il reale come un segno che urge a oltrepassare l’immediatezza dell’apparente per attingere alla profondità del significato della realtà. La sconcertante crisi globale di civiltà e società, entro cui nascono le nostre difficoltà personali, rimbalza all’interno di tensioni e contraddizioni individuali e sociali e tende a farsi incontrollabile contemporaneamente al dilagare dello smarrimento di uno scopo ultimo in grado di giustificare positivamente la fatica del vivere.

Per chi ha perduto il senso della sua personalità, il significato della socialità, la tensione ideale del senso religioso, ne deriva una condizione umana nevrotica e malata, una percezione di sé come di un soggetto scisso, dilacerato di fronte al suo stesso agire: Picasso che disegna la figura umana in parti scomposte esprime efficacemente la scissione fra l’individuo e la società, la rottura fra il passato e il presente, la divisione della morale dall’arte, il muro tra reale e ideale, l’estraneità tra profano e sacro. Lo spettacolo penoso è quello di una dissociazione mostruosa fra elementi fatti per congiungersi e completarsi nell’unità della vita. Così tutte le manifestazioni dell’esistenza si caricano di un’incertezza ansiogena, fino a una sorta di rassegnato smarrimento. Non può essere diversamente quando si avverte perduto il gusto stesso del vivere e si assiste impotenti alla diffusione di un’omologazione unidimensionale della società al consumismo.

Sennonché, la rinuncia a un orizzonte di totalità ferisce il dinamismo peculiare della nostra ragione e contraddice la natura propria dei nostri più originali desideri. “I desideri che partono veramente dal cuore – l’osservazione è di Luigi Giussani -, quelli veramente costitutivi, sono desideri senza limite, hanno un orizzonte che è come un angolo aperto all’infinito, perché mirano, partendo da un qualsiasi punto, alla realizzazione della persona intera”. L’uomo è fatto per l’universo e ha bisogno di tutto il mondo, di avvicinarsi a tutto e nutrirsi di tutto, e quindi di integrare ogni cosa nella vita totale della sua persona. Sovviene alla mente questa nota affermazione di Hegel: “Il vero è l’intiero. Ma l’intiero è soltanto l’essenza che si completa mediante il suo sviluppo”. Un simile traguardo non è mai definitivamente raggiunto, ogni tappa può essere sempre rimessa in questione, ed è sempre possibile trovarsi nella necessità di un nuovo avvio, perché niente di ciò che è parziale può surrogare la pienezza di verità, felicità e libertà che l’uomo incessantemente cerca.

Non mancano autori che ci ricordano la forza di questo nostro desiderio. Vale la pena meditare quest’antica intuizione di Romano Guardini: “Tutto ciò che è finito, è difettoso. E il difetto costituisce una delusione per il cuore, che anela all’assoluto. La delusione si allarga, diviene il sentimento di un gran vuoto … Non c’è nulla per cui valga la pena di esistere. Non c’è nulla, che sia degno che noi ce ne occupiamo. [Su questa base si comprende cosa sia la malinconia …] Proprio l’uomo malinconico è più profondamente in rapporto con la pienezza dell’esistenza. […] L’infinito testimonia di sé, nel chiuso del cuore. La malinconia è espressione del fatto che noi siamo creature limitate, ma viviamo a porta a porta con […] l’“assoluto” […]. La malinconia è il prezzo della nascita dell’eterno nell’uomo. La malinconia è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito”.

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