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Restyling del Sito www.lavagna.wordpress.com

Dopo molto (troppo!) tempo il sito lavagna.wordpress.com presenta un leggero restyling. Rinnovate le seguenti sezioni:

-tutorial: nuovi video su flipped classroom e google apps

-link in home page a piano nazionale scuola digitale

-link in home pagine a partenariato con DesignDidattico.com

-corsi: aggiornata sezione corsi di formazione

Buona Lettura!

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Il docente come Designer Didattico: scenario e riflessioni

2015-01-08_201147

Lo scenario di riferimento

Di cosa ha bisogno la scuola del XXI secolo? Di infrastrutture. Certamente. Di formazione continua. Naturale. Di saper riflettere sul cambiamento che i nuovi media stanno producendo  in noi stessi prima ancora che negli studenti. Ovvio. Di essere in grado di gestire il cambiamento. Ecco, questo credo sia il punto cruciale: saper gestire il cambiamento. Perché è indubbio, oltre che innegabile, che un cambiamento epocale stia attraversando non solo e non tanto i banchi di scuola, ma il modo stesso di apprendere da parte delle cosiddette nuove generazioni, oltre che naturalmente di noi docenti. Saper gestire il cambiamento dunque. Ma cosa vuol dire nel dettaglio? Difficile chiarirlo in breve. La mutazione in corso del resto è di così vaste proporzioni che contempla ricadute anche al di fuori del solo ambito didattico e formativo. Si possono tuttavia accennare delle linee di riflessione.

Continua a leggere qui

http://www.designdidattico.com/il-docente-come-designer-didattico-scenario-e-riflessioni/

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Cosa fa un gruppo di makers a scuola in 5 minuti

Ieri ultima giornata di impegni immerso tra la burocrazia scolastica di fine anno, momento in cui si fanno relazioni, si ripuliscono cassetti, in cui si vaneggia sui buoni propositi per settembre. Resta ancora la maturità, ma quest’anno per me meno impegnativa.
Un sospiro che porta con se un anno complicato, la scuola ogni anno peggiora ed è sempre più difficile trovare risorse per fare cose interessanti ed utili… Anyway…
Sorridere ed andare avanti.

Ormai il gruppo è formato, tre non più ragazzini, che vivono nella scuola da tantissimo tempo e si ritrovano nei momento di calma non davanti alla macchinetta del caffè o fuori dalla scuola a fumare, ma in laboratorio, tra appunti, libri e componenti elettronici. Si apre l’armadio dei componenti e si inventa… Pochi minuti per realizzare qualcosa, una sorta di mini hackathon da fare in un tempo limitatissimo, nessun alloro finale, solo la soddisfazione di aver creato in pochissimo tempo con materiale “povero” qualcosa di divertente, visto su libri o on-line e modificato secondo la nostra esperienza.
Pier, l’amico ed esperto di impiantistica HiFi, un maker nato, mi sta portando sulla “cattiva strada” :-) , la sua idea di realizzare amplificatori valvolari è forte e su carta qualcosa di interessante sta nascendo. Ricordo ancora, da studente, il primo amplificatore per giradischi che costruii come prima esperienza di laboratorio circa 30 anni fa a scuola… come fischiava :-)
Il sempre presente e il saggio Orazio, a cui devo molto del mio sapere, con la sua esperienza, mette ordine a tutte le idee e pianifica l’azione del gruppo, in pochi minuti un piccolo amplificatore che è in grado di far parecchio “baccano” e riempie gli ormai silenziosi corridoi con musica che “spacca”, nulla di professionale, nulla che possa essere definito HiFi, ma certamente un bel divertimento. Tutto merito di Pier e Orazio, il mio contributo questa volta è stato piccolo… nel mentre però monto la radio realizzata con Arduino…
…vado il gruppo si ritrova per realizzare questa volta una versione stereo modificata da noi… sempre 5 minuti e sempre con il sorriso.

Un saluto ai miei allievi.
Un grazie agli amici sempre presenti Orazio e Pier.

Si ritorna a scuola: nuovi consigli per la programmazione della didattica inclusiva nella rivista pratica “BES e DSA in classe”

OS.it consiglia Forum Media Edizioni – Ad inizio anno scolastico sono molti gli aspetti da gestire, sia a livello didattico che amministrativo

Vediamo quali

  • che documenti è necessario predisporre in presenza di alunni con BES a scuola? Secondo quali tempistiche?
  • Come si attua un progetto di screening?
  • Quali sono i modi più efficaci per interfacciarsi con le famiglie e sensibilizzare sul tema dei disturbi dell’apprendimento?

La rivista BES e DSA in classe affronta, attraverso articoli di taglio pratico-operativo, i problemi legati all’inclusione a scuola, e offre strategie concrete e Best Practice da adottare a scuola in accordo alle differenti tipologie di disagio o bisogno.

Ogni numero include, inoltre, una pratica raccolta di modelli (checklist, esempi di esercizi, proposte di attività, …) che Lei potrà fotocopiare e usare immediatamente, e che La aiuteranno a mettere in pratica le idee e gli spunti contenuti negli articoli.

L’abbonamento annuale alla rivista consente di:

  • Tenersi formato ed aggiornato sulle ultime novità legislative emanate dal MIUR, attraverso articoli diretti al punto e facilmente comprensibili sugli ultimi sviluppi e su ciò che implicano per Lei e l’Istituto.
  • Risparmiare tempo con modulistica pre-impostata: sono inclusi nella rivista modelli pratici (check-list, esempi di esercizi, etc.) che Lei può fotocopiare ed utilizzare direttamente in classe.
  • Chiedere pareri gratuiti ai nostri esperti: invii le sue domande ai nostri Specialisti e noi approfondiremo nella rivista le problematiche più delicate e richieste nella nostra rivista.

Nel numero di settembre della rivista:

  • Documentazione inizio anno scolastico: indicazioni sulla programmazione sui documenti da predisporre in presenza di alunni con BES;
  • Screening: consigli per l’attuazione dei progetti di Screening nella scuola primaria e secondaria;
  • Comorbilità: come comportarsi quando i DSA si manifestano accanto ad altri disturbi evolutivi;
  • Diagnosi di disortografia nella scuola primaria: gli errori più frequenti ed esempi di esercizi per riconoscere la disortografia
  • Un giorno nella vita… di un Dirigente Scolastico: un Dirigente Scolastico ci racconta cosa significa gestire un’Istituzione Scolastica complessa con presenti studenti con DSA.

Clicchi qui per accedere alla scheda informativa di dettaglio

Oppure scriva a redazione@forum-tm.it per ogni approfondimento.

da orizzontescuola.it

Perché serve una riforma organizzativa per la scuola “digitale”

Il cambiamento necessario per la scuola passa attraverso una revisione profonda della dimensione organizzativa, cambiando il rapporto centro-territorio, e ponendo alla base della trasformazione la cultura della rete, le competenze e la consapevolezza digitale. Con un esempio interessante dal Regno Unito

di Nello Iacono, Stati Generali dell’Innovazione
Il tema del come disegnare il futuro (digitale) dei Paesi europei è stato al centro del dibattito nell’avvio del semestre italiano di presidenza europea, in particolar modo durante l’evento Digital Venice. Altrettanto importante è il tema conseguente, dello sviluppo di una cultura e di competenze digitali che consentano di costruire un futuro di benessere socio-economico. Ed è un tema centrale, di cui si ricerca la chiave, non solo in Italia.

Nel Regno Unito, ad esempio, Paese che più di altri si sta impegnando in questa direzione, nel mese di luglio la task force governativa sulle competenze digitali ha presentato il rapporto “Digital Skills for Tomorrow’s World” in cui si valuta, tra l’altro, la preparazione del sistema scolastico, fulcro del sistema educativo, rispetto all’adozione da settembre del nuovo curriculum, che prevede anche la “Computer Science”. Sulla base di una rilevazione del 60% di insegnanti non pronti al nuovo curriculum, la task force identifica alcune raccomandazioni per il Governo, tra cui la spinta a creare servizi in rete tra scuole, università, college, a prevedere una formazione permanente per gli insegnanti e a creare una rete di dirigenti scolastici che possano diventare nucleo di spinta sul digitale, oltre che interventi per favorire l’ingresso di insegnanti provenienti dalle aziende private. Quindi, sostanzialmente, per accelerare l’evoluzione, la ricetta prevede rete, apertura e contaminazione (oltre che un aumento degli investimenti).

Principi che valgono anche nel nostro Paese, penalizzato da un punto di partenza più arretrato, ma con aree di eccellenza a livello europeo.

Il dibattito in Italia sulla scuola “digitale”

In un Paese come il nostro, in cui la regressione culturale è sempre più evidente, e in cui l’elevato analfabetismo digitale è strettamente correlato al basso livello culturale e di istruzione (oltre la metà degli adulti ha una istruzione al più di scuola secondaria inferiore), e alla percentuale molto significativa dianalfabetismo funzionale (circa due terzi della popolazione, secondo i dati del rapporto PIAAC dell’OCSE),il sistema educativo, e in particolare la scuola, è una delle leve principali per lo sviluppo sociale ed economico e per superare l’attuale distanza sulla crescita digitale che ci separa dalla gran parte dei Paesi Europei. Non basta, naturalmente, perché è fondamentale che lo sviluppo culturale sia pervasivo e “ambientale”, e quindi il ruolo delle reti territoriali in questo è decisivo.

Purtroppo i dibattiti sulle politiche sulla scuola sembrano però basarsi su punti di vista che non considerano adeguatamente uno dei nodi principali per il cambiamento: la questione organizzativa. La tendenza nei dibattiti e nei convegni (tendenza che rischia di diventare “opinione prevalente”), molto spesso, infatti, è di affrontare questo tema,

  • secondo l’assunto che si proviene da una overdose tecnologica, da combattere drasticamente con la negazione del valore (anche strumentale) che possono avere supporti come le LIM, i tablet, per la creazione di ambienti di apprendimento innovativi, come se tutte le esperienze di didattica innovativa fossero state “soggiogate dalla tecnologia” e che quindi sia tutto da rivedere e riprogettare (fino a far diventare le LIM emblema di quel che non si deve fare);
  • come un tema esclusivamente culturale, per cui l’ostacolo vero all’innovazione, all’introduzione della didattica innovativa a scuola, è dato dagli insegnanti, non preparati a veicolare nuovi contenuti con nuove metodologie didattiche, e quindi fieramente resistenti e incapaci di essere attori protagonisti del cambiamento. In qualche caso affermando l’equivalenza tra età e capacità di innovare. Insegnanti da convincere, prima ancora che da formare, in ogni caso soggetti da trainare nel percorso di cambiamento e non attori trainanti;
  • come se si trattasse di un tema “tecnico” e in qualche modo separato dall’evoluzione della scuola, che ha al centro il termine “digitale”, tanto che si parla di “scuola digitale” e addirittura di “processo di digitalizzazione della scuola”, come se il cambiamento principale fosse l’uso pervasivo della rete e non il passaggio a nuovi ambienti e metodologie di apprendimento in cui la rete è certamente un enorme facilitatore ma non il fulcro.

Certamente, tutti questi elementi (consapevolezza tecnologica, cultura, innovazione metodologica) concorrono alcambiamento. Certamente la disponibilità di spazi scolastici che consentano nuovi percorsi di apprendimento sono sempre più una precondizione essenziale per il cambiamento, data l’attuale predominanza di un arredo e di una logistica progettati per la didattica trasmissiva e con fatica adattabili ad una scuola diversa (vedi qui ad esempio l’esperienza della “classe scomposta”).

L’evoluzione della didattica, verso nuovi sistemi di apprendimento, si realizza, inoltre, solo in un contesto “consapevolmente digitale”.  Un contesto, in altri termini, in cui il digitale non è vissuto né come pericolo né come panacea assoluta, ma come grande opportunità di evoluzione e innovazione. La realizzazione di un tale contesto passa dall’acquisizione piena delle adeguate competenze digitali da parte dei dirigenti e degli insegnanti, ad un livello tale da consentire loro di attuarle in modo proattivo e creativo nell’ambito della propria attività, sia nel contesto specificatamente didattico sia in quello di gestione scolastica.

Ma queste sono condizioni necessarie, non sufficienti. L’infrastruttura di base che rende possibile il cambiamento si identifica con la questione organizzativa, che sempre più diventa discriminante per una reale trasformazione, indispensabile per disegnare un sistema di governance in cui trova equilibrio efficace il rapporto tra strutture centrali e strutture operative locali (gli istituti scolastici).

La questione organizzativa

Alcuni punti emergono come centrali da questo punto di vista, suggerimenti per un cambiamento profondo:

  • definire un sistema di governance in cui le strutture scolastiche intervengono nei processi decisionali anche nelle fasi di progettazione, oltre che per fornire feedback. Le strutture centrali come indirizzo politico e gestione del sistema di governance, supporto, knowledge management (condivisione contenuti, gestione comunità, linee guida), coordinamento fondi, coordinamento e semplificazione infrastrutturale e applicativa (in un’ottica strategica orientata al cloud computing eall’open source), formazione per le figure chiave, accompagnamento delle scuole sui progetti di cambiamento, con task force di esperti;
  • favorire e organizzare la logica di rete. Le reti di scuole (di cui si stanno diffondendo ottimi esempi, come quelli premiati al recente Contest sulle azioni per la cultura digitale ) non come formazioni accidentali e costruite ad hoc per progetti e riposte a bandi, ma come soggetto intermedio “riconosciuto” tra la singola scuola e il livello nazionale, anche amministrativamente per la condivisione di risorse;
  • prevedere figure di sistema, condivise anche a livello di rete di scuole, sui diversi fronti organizzativi, didattici, tecnici, pensando anche a figure di “tutor per l’innovazione”, e a reti di dirigenti scolastici promotori dell’innovazione, prendendo spunto dalla raccomandazione del rapporto della task force britannica;
  • definire e gestire un sistema di competenze dei docenti e dei dirigenti, e sulla base di questo rivedere il sistema delle professionalità e di carriera, oltre che i percorsi di sviluppo delle competenze. In questo senso sarebbe bene fosse riorganizzata l’attività formativa (con una base obbligatoria) verso gli insegnanti e i dirigenti, sempre meno basata su corsi in aula e sempre più operata a rete e localmente, con utilizzo di tutorship e peer-education, partecipazione a progetti, accelerata dalla disponibilità di contenuti digitali specifici, e allo stesso tempo costantemente monitorata nel raggiungimento dei profili di competenza attesa;
  • come in qualsiasi organizzazione, intervenire con un quadro organico e sistemico di interventi, non sezionando i temi (la professionalità e la carriera, la formazione e lo sviluppo delle competenze, l’organizzazione, la comunicazione e la collaborazione).

Nel momento in cui consideriamo necessario un ripensamento profondo della didattica, intervenendo nella trasformazione degli ambienti di apprendimento, dello stesso spazio-scuola, perché siamo consapevoli che la scuola non può che porsi come avanguardia per lo sviluppo di una cultura sempre più connettiva, ecco che diventa necessario allo stesso tempo avviare un processo di miglioramento continuo del funzionamento e della forma organizzativa scolastica. Bisogna, in questo, approcciare in modo organico il sistema scolastico con la stessa capacità di visione che permise, negli anni Novanta, di progettare la scuola dell’autonomia, ma avendo adesso la consapevolezza che il cambiamento deve essere gestito in tutti i suoi aspetti (qui, ad esempio: competenze, professionalità e carriera docenti e dirigenti, loro formazione e tutoring,  monitoraggio dei risultati). Avendo definito chiaramente l’obiettivo di una scuola in grado di preparare ad una società complessa, in continuo e rapido cambiamento, pervasa da tecnologie che devono essere gestite e utilizzate consapevolmente e creativamente, e che quindi deve puntare, con la stessa intensità, alle competenze trasversali (capacità di collaborare, comunicare, analizzare criticamente le informazioni, pianificare, problem setting, problem solving..) e a quelle verticali (le diverse discipline), sapendo che è la capacità di combinarle, infine, che permette di affrontare con successo le situazioni della vita.

Ecco che allora queste stesse competenze trasversali diventano indispensabili nel portfolio dei docenti e dei dirigenti, e ancor di più devono essere i principi su cui si basa il funzionamento del sistema. Altrimenti diventano nozioni, e non possono essere trasmesse come tali.

Per mettere a sistema le notevoli esperienze di didattica innovativa, delle reti di scuole, l’organizzazione del sistema scolastico deve essere totalmente permeata dalle competenze che si ritengono necessarie, deve essere la dimostrazione concreta della loro efficacia. Con un coinvolgimento ampio che sia esso stesso momento di crescita collettiva.

In questa direzione sembra muoversi la proposta del governo “la buona scuola“, che approfondiremo in modo specifico in un prossimo articolo. Una proposta che sta per iniziare un percorso di consultazione che si auspica ampio e intenso, anche per affrontare più in profondità alcuni temi poco presenti (diritto allo studio, competenze per il lavoro, organizzazione e funzionamento del Miur, correlazione con il programma nazionale per le competenze digitali), e per delineare concretamente e realisticamente un progetto di cambiamento che abbia date certe e risultati misurabili. Per fare di questa riforma della scuola la più grande esperienza nazionale di co-progettazione e di iniziativa collaborativa.

09 Settembre 2014

da http://www.agendadigitale.eu

Esistono anche i falsi innovatori? Ovvero, le bande dell’innovazione

Primo: forse, più che “falso”si potrebbe dire “sedicente” innovatore.

Secondo: devo dichiarare il mio “amore” intellettuale per Salvatore Pirrozzi, un (insegnante) intellettuale dotato di grande senso dell’ironia Un pensatore gaudente che così stempera la pallosa serietà dell’intellettualetuttod’unpezzo. Pagato questo debito affettivo, veniamo al dunque, all’oggetto che ha scatenato questo mio outing.

Salvatore in una serie di commenti in Facebook ad un mio recente post solleva una questione importante per capire cosa succede a scuola, fatti troppo spesso coperti per collusione che sfocia in omertà: la presenza di “bande” di insegnanti che si accaparrano i finanziamenti dei progetti, aumentando di non poco le normali entrate, progetti che, oltretutto, sono di dubbia innovazione. O di auto dichiarata innovazione.

… esperienze dirette di questi ultimi mesi mi confermano vecchie sensazioni: la presenza di bande, spesso autodefinitesi di “innnovatori” (non conservatori, quindi, né menefreghisti, con lo stigma autocostruito dell’impegnato, del devo fare tutto io ecc ecc. Perchè e in che senso “banda”? mettiamo da parte l’eventuale malafede, che ci depisterebbe e non mi sentirei di accettare come interpretazione. Il fatto è che se vai nelle scuole, spesso è sempre lo stesso gruppo di docenti che, attraverso il meccanismo dei punteggi accumulati in progetti precedenti, affluisce nella gestione della pioggia progettuale che cade sulla scuola, con la sua componente di soldini, miseri quanto volete ma che possono innalzare del 50% il reddito medio di un insegnante (ma anche del personale non tale). Si badi che ci si appropria – non ne faccio una legge, ma una mia personale constatazione diffusa – di progetti di innovazione, che vengono gestiti dentro le vecchie cornici cognitive degli innovatori della scuola, che, loro davvero, impedisce qualunque alito di sperimentazione e di apprendimento. Un corpo immobile che auto-riproduce se stesso e, non sembri esagerato, il proprio potere, fosse anche solo quello della immagine dell’impegnato innovatore.

Salvatore mette in evidenza che Il vero problema non è il soldo che entra nelle tasche di questi innovatori-accaparratori, ma la natura di innovazione di questa loro azione, azione che non innova la vera dimensione di una innovazione stabile: l’innovazione dell’organizzazione della scuola:

Ma, ciò detto… questo è un fenomeno, ma non la causa principale dell’immobilismo anche della frenesia. Si continua, insomma, a puntare su fattori individuali: la coscienza, la preparazione, il merito, l’attitudine…laddove il problema è l’innovazione organizzativa. Per evitare di consegnare al cimitero delle formule questa espressione, e per provare a consegnarla a un territorio riflessivo (dove cioè le domande presuppongono la ricerca di risposte e queste non sono già scritte precedendo le domande) si tratta di IMPORRE una serie di configurazioni professionali e organizzative destinate alla riflessione corale di quel che si fa, alla riflessione e all’apprendimento sul e del proprio mestiere. Lo so, ci sono: consigli, dipartimenti ecc ecc….

I processi di innovazione non si attivano perché il funzionamento interno della scuola, la gestione quotidiana delle sue attività non si concentra sui meccanismi dell’innovazione: la documentazione, la riflessione, la sistematizzazione, il riferirsi a solide concettualizzazioni e non ad improvvisazioni ed a sentimenti:

….. ma sarebbe importante una ricognizione dei loro materiali per piangere o ridere; si tratta di IMPORRE – dentro questi setting – una serie di artefatti che possano essere pratiche e protesi riflessive: chi fa mai un protocollo di osservazione? chi fa mai un verbale come dio comanda? chi propone mai una bibliografia, e una sitografia minima per costruire frame comuni? Chi si vede mai per discutere coralmente sul percorso fatto? Chi fa mai una programmazione che non sia una risciacquatura di frasi fatte? Chi propone una autovalutazione su se stessi?

La drammatica questione non può, secondo Salvatore, essere affrontata sul piano individuale e della buona volontà, ma deve incardinarsi sul piano istituzionale, organizzativo:

Ora, tutto ciò non può essere affidato all’iniziativa individuale, alla classica buona volontà: questa è una doverosa indicazione istituzionale che definisca la strada per una ridefinizione del mestiere del docente.

Amara la conclusione dell’ottimo Pirrozzi che vede destinate al fallimento anche le lodevoli innovazioni introdotte in un programma (F3, per il contrasto della dispersione) perché i meccanismi reali di funzionamento delle scuole (meccanismi straordinariamente umani) prenderanno il sopravvento sulle lungimiranti visioni del legislatore

L’impianto degli F3, l’ultima famiglia progettuale contro la dispersione, per esempio, nelle sue linee guida dice un po’ dappertutto: il primo risultato è l’innovazione organizzativa del sistema scuola e suggerisce anche pratiche e artefatti, nuovi istituti di regia ecc. Spero che prima o poi se ne faccia, di queste innovazioni, un censimento. Temo che scopriremo che il risultato più grosso è stato quello di rinforzare l’anarchia feudale dei piccoli sistemi di potere intorno alle scuole, omaggio al signore, spartizione delle terre fino all’ultimo signorotto, carte messe a posto, messe a postumo, a volontà, belle parole innovative che avranno trent’anni di insuccessi alle spalle.

Nello sconsolante panorama della mediocrità organizzativa e didattica, qualcosa si salva. Qualcosa di buono si riesce a fare quando si fa scuola andando oltre la scuola (una formuletta che ultimamente mi trovo ad usare):

… non si parla mai abbastanza delle pratiche, non dei discorsi sulle pratiche. Ma ho la sensazione che … le buone pratiche scolastiche, che si rifanno alle buone ipotesi sull’apprendimento, sono buone proprio perché: a) tradiscono le congiurazioni scolastiche, ossia si fa buon apprendimento laddove ci si muove abbastanza fuori dagli schemi e dalle strutture dell’istituzione scuola otto-novecentesca; b) proprio in quanto tali, sono irriducibili a una sola famiglia, mi appaiono, giustamente, polimorfe, forse perché così deve esser oggi un’istituzione dedita all’apprendimento.

Allergico alle soluzioni sul piano individuale, Salvatore conclude evidenziando i piani su cui agire per sperare in una (forse) nuova scuola:

ancora il discorso sfocia sui singoli, evita la questione di quali debbano essere le configurazioni organizzative, pedagogiche, didattiche e gli statuti professionali dei docenti (e dirigenti), di una nuova scuola, se ancora la volete chiamar così.

La testimonianza (le bande dell’innovazione che imperversano nelle scuola) e le riflessioni (la dimensione organizzativa e non individuale) dell’innovazione) di Salvatore ci dicono di quanto sia difficile innovare a scuola e di come tante “innovazioni” siano solo apparenti perché non cambiano nulla se non, forse, nel breve periodo.

 

da http://www.giannimarconato.it/2014/05/esistono-anche-i-falsi-innovatori-ovvero-le-bande-dellinnovazione/

Il Rinascimento dei beni comuni: perché sono nostri e dobbiamo difenderli anche in rete

a qualche tempo quello dei beni comuni è divenuto un tema d’attualità internazionale e una pratica diffusa, anche grazie agli strumenti digitali. Tale definizione raggruppa diversi e importanti ambiti quotidiani: acqua, ambiente, infrastrutture e spazi urbani, le filiazioni della stessa Internet, da software e cultura liberi, a reti peer-to-peer e licenze aperte. E ancora: gli orti urbani e le filiere di auto-produzione alimentare, le pubblicazioni scientifiche con open access, le valute alternative a livello locale. Un sistema dalle radici profonde e rizomatiche che non interessa solo l’occidente industrializzato – dalle comunità di sussistenza che in Africa condividono semi, terra e acqua alla pesca auto-gestita nei villaggi costieri in Cile.

Di pari passo, anche come concreta alternativa alla perdurante crisi economica, va crescendo il movimento globale a tutela di questi e altri ”commons”. Si tratta cioè di spingere il processo per la «riconquista di spazi pubblici autenticamente democratici, base per un pensiero politico e istituzionale nuovo e radicalmente alternativo fondato sulla qualità dei rapporti e non sulla quantità dell’accumulo», come spiega Ugo Mattei nel libro Beni Comuni. Un manifesto (2012).

Quest’impegno diffuso di tanti cittadini globali include naturalmente anche il nostro Paese, a partire dalle battaglie contro il precariato, lo scempio e il consumo del territorio, incluse “grandi opere” quali TAV, Dal Molin, Ponte sullo stretto, e con una moltitudine di iniziative locali (si veda oltre). Ciò a conferma del fatto che «c’è invece un’altra Italia che non si vede ma che da anni migliora la qualità della vita di tutti prendendosi cura dei beni comuni … di cui tutti perciò dovremmo prenderci cura per continuare a godere di standard di vita degni di un paese civile», come ribadisce un altro importante volume, L’Italia dei beni comuni (2012). E a cui vanno aggiunte le tante iniziative e progetti di innovazione sociale che trovano quotidianamente rilancio proprio qui su CheFuturo.

A corroborare il panorama della crescente ondata per l’affermazione e la tutela dei beni comuni esce ora in Usa Think Like a Commoner: breve introduzione al paradigma dei commons, di David Bollier, esperto internazionale e già autore di altri tomi sul tema, nonché co-fondatore di Public Knowledge, ente non-profit con base a Washington, DC, teso a preservare l’accesso universale alla Rete e alla conoscenza. Si tratta di un articolato excursus mirato a illustrare l’attuale rilancio a livello globale dei commons, evidenziandone tramite esempi sul campo i successi e le potenzialità, senza però nasconderne impasse e problemi.

Come spiega l’autore nell’introduzione, «Dopo aver toccato con mano la confusione esistente da anni nel campo e l’impossibilità per il lettore comune di accedere alla ricca letteratura sul tema, oltre al fatto che i progetti basati sulle risorse condivise sono rari, ignorati o fraintesi – ho deciso che fosse giunta l’ora di curare una sintesi breve e comprensibile sull’intera questione». Il testo offre così, insieme alle necessarie basi teoriche, ampi squarci sulle sperimentazioni in corso che danno vita a questa rivoluzione diversificata e socialmente responsabile. Con un obiettivo di fondo non da poco ma raggiungibile: «Di fronte alle colossali e inquietanti disfunzioni della governance neo-liberista, questa crescente ondata di attivisti in India e Italia, Germania e Brasile, Stati Uniti e Regno Unito, e in molte altre parti del mondo va coordinandosi in modo furioso grazie alla cultura globale di Internet, immaginando il contesto condiviso per il cambiamento».

Già disponibile in traduzione francese e polacca (entrambi sotto licenza Creative Commons), ne stiamo valutando l’edizione italiana [mailto: bernardo.parrella@gmail.com]. Lo scenario appare insomma alquanto promettente, come conferma qui di seguito lo stesso Bollier in una breve intervista email, in cui delinea altresì le sfide future del movimento (con specifiche note relative a Internet).

D.: Stiamo forse assistendo a una sorta di un “rinascimento” globale per l’affermazione dei beni comuni? Esiste diversità d’approccio tra il mondo occidentale e i Paesi in via di sviluppo? Qualche esempio utile?

R.: Sì, considerate la sue radici antiche e nuove (riscoperte), è lecito sostenere che oggi è in corso un “rinascimento” dei commons. In un’epoca in cui lo Stato spesso è incapace o corrotto, e i mercati prediligono l’aspetto globale e predatorio, i beni comuni offrono un’alternativa più accessibile e adeguata per l’autogestione dei bisogni quotidiani. Si stima infatti che circa due miliardi di persone continuano ad affidarsi a risorse naturali condivise per le loro necessità giornaliere, ignorando il mercato convenzionale e i servizi statali. E siccome ciascuna situazione porta l’impronta del contesto, della storia e della popolazione locali, esistono differenze applicative nelle varie regioni del pianeta.

Nel Sud del mondo tendono a prevalere la massima cooperazione e la gestione sociale decisa sul campo, soprattutto in casi di scarse risorse da gestire nel lungo periodo. Mentre cresce in Europa il numero di coloro decisi ad applicare in modo deliberato i principi dei commons in progetti di ogni tipo. Per l’Italia, basti ricordare il referendum del 2010 contro la privatizzazione dell’acqua, l’occupazione del Teatro Valle nel cuore di Roma, in corso da oltre tre anni e tesa alla creazione dell’omonima Fondazione come Bene Comune, e, in Sicilia, il Museo dell’Informatica Funzionante che rimette in sesto computer rotti e donati per poi ridistribuirli in giro nel mondo, del tutto operativi grazie a software di vecchia generazione.

In che modo i commons si pongono come alternativa di successo al neo-liberismo e alle economie di mercato? E quale il loro apporto sul fronte dell’innovazione?

I commons si contrappongono alla mentalità del tipo “cattura e controlla” del mercato convenzionale basato sul capitale, partendo dall’assunto che certe risorse e pratiche sociali restano inalienabili, cioè non sono beni di consumo né possono essere messe in vendita. In tal modo si afferma la supremazia dei bisogni locali e dello sviluppo umano, invece di strutturare il sistema socio-politico in modo che produca il massimo profitto per il capitale investito.

Anziché privatizzare l’acqua, catturata in bottiglie da vendere sul mercato internazionale, questa rimane un bene comune per l’irrigazione agricola e gli usi domestici. Al posto di navi industriali di qualsiasi bandiera che tirano su tutto il pesce possibile, spetta alla comunità locale decidere e gestire la pesca per le necessità quotidiane. Simili pratiche sono innovative di per sé nel contesto odierno, perché stravolgono l’economia attuale e diventano un veicolo per re-introdurre nuove forme di democrazia autonoma, come in un’era neo-pionieristica.

Come si esprime questo movimento su Internet, e quale il percorso che attende i netizen per affermare il successo dei commons online?

Internet è un’infrastruttura fantastica per l’auto-gestione dei commons. Da Wikipedia all’Internet Archive, dalle comunità dedite al remix e al mashup alla free culture si sta producendo una mole enorme di materiale (codice, documenti e informazioni di ogni tipo, musica, immagini, film, ecc.) del tutto al di fuori degli standard commerciali. Le implicazioni economiche sono ovvie ed estese, ma ciò minaccia direttamente i modelli consolidati nei relativi settori industriali.

Motivo per cui credo che l’industria continuerà nel tentativo di criminalizzare o limitare certe pratiche basate sui commons. Ci saranno ancora battaglie sul copyright e sui brevetti, oltre alle possibili regolamentazioni contro la Net Neutrality o per impedire l’espansione del wi-fi pubblico e gratuito. I grandi dell’hi-tech non gradiscono la “competizione” dei commons digitali, e quindi spingono per creare una dipendenza artificiale da piattaforme commerciali (quali Facebook, Twitter, LinkedIn, ecc.) e per ridurre l’auto-sovranità condivisa dei netizen.

I quali devono perciò usare la loro creatività per ideare nuove tutele legali simili alla General Public License per il software o alle licenze Creative Commons per le opere d’ingegno. Ciò richiede anche nuove strutture tecnologiche e innovativi sistemi di crowdfunding e finanziamento capaci di garantire benefici a tutti. Contesto in cui è vitale chiarire la netta differenza tra commons e piattaforme aperte: i primi affermano senza mezzi termini l’auto-determinazione e il controllo dei partecipanti, mentre le seconde sono di taglio commerciale e offrono opzioni proprietarie che limitano comunque l’auto-sovranità degli utenti.

da chefuturo.it