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Deve essere chiaro che l’Invalsi NON “ce lo ha chiesto l’Europa” di V. Pascuzzi

Passepartout dialettici. “Ce lo ha chiesto l’Europa” questa frase, questa semplice espressione sta diventando ricorrente nel linguaggio politico scritto o verbale. Viene usata come scorciatoia, lubrificante, svitol o passepartout quando si vuole forzare una conclusione a vantaggio delle proprie tesi. Viene usata in termini generici, senza riferimenti temporali, legislativi o normativi per (cercare di )sorprendere e mettere k.o. l’interlocutore che, quasi sempre, per non fare la figura del male-informato, tace e rinuncia a porre domande esplicative sui detti riferimenti.

« …. appena sento dire: “ce lo chiede l’Europa”. Subito mi chiedo: “dov’è la fregatura?”» (1) di recente, così ha concluso una sua nota un prof attento osservatore di fatti politici e scolastici.

Ma per fortuna, l’allerta è stato percepito e trasmesso anche da altri sia recentemente (2) che già da prima anche se per una situazione diversa (3)

L’Invalsi e L’Europa. Anche i sostenitori dei test o prove Invalsi hanno adottato, a mo’ di slogan, la frasetta magica: “ce lo ha chiesto l’Europa”. L’affermazione però non risponde al vero e cerchiamo di appurarlo ricostruendo i fatti.

La vicenda comincia il 26 ottobre 2011 con la lettera di intenti del governo italiano alla Ue, dove al punto B. (“CREARE CONDIZIONI STRUTTURALI FAVOREVOLI ALLA CRESCITA”) e comma a. (“Promozione e valorizzazione del capitale umano”) viene riportato: «L’accountability delle singole scuole verrà accresciuta (sulla base delle prove INVALSI), definendo per l’anno scolastico 2012-13 un programma di ristrutturazione per quelle con risultati insoddisfacenti; si valorizzerà il ruolo dei docenti (elevandone, nell’arco d’un quinquennio, impegno didattico e livello stipendiale relativo); si introdurrà un nuovo sistema di selezione e reclutamento.
Si amplieranno autonomia e competizione tra Università. Si accrescerà la quota di finanziamento legata alle valutazioni avviate dall’ANVUR e si accresceranno i margini di manovra nella fissazione delle rette di iscrizione, con l’obbligo di destinare una parte rilevante dei maggiori fondi a beneficio degli studenti meno abbienti. Si avvierà anche uno schema nazionale di prestiti d’onore. Da ultimo, tutti i provvedimenti attuativi della riforma universitaria saranno approvati entro il 31 dicembre 2011» (4). Solo questa decina di righe e nient’altro!

Il 4 novembre 2011, il Commissario Ue Olli Rehn chiede chiarimenti all’Italia. Tra gli altri quesiti posti al governo italiano, quattro riguardano direttamente scuola e università, anzi, per dirla con il linguaggio usato nella lettera da questi tecnocrati, riguardano il “capitale umano” . Ecco il testo letterale:

«13. Quali caratteristiche avrà il programma di ristrutturazione delle singole scuole che hanno ottenuto risultati insoddisfacenti ai test INVALSI?»

«14. Come intende il governo valorizzare il ruolo degli insegnanti nelle singole scuole? Quale tipo di incentivo il governo intende varare?» (5) (6) (7). I punti 15 e 16 sono relativi all’università.

Si capisce facilmente che alla Ue non interessa tanto l’Invalsi e i suoi test, ma il programma di ristrutturazione delle scuole”. E’ come se l’Ue ci dicesse: “individuate (come volete voi ) le scuole insoddisfacenti ma diteci come intendete potenziarle”. E ciò significa due cose: risorse economiche e conseguenti programmi di potenziamento: «sembrerebbe che per le scuole risultate più deboli venga avviato un programma di “ristrutturazione”: e ciò significherebbe che per tali scuole verranno dati maggiori finanziamenti?» (8). Invece, il governo e il Miur o non hanno capito o fingono. Si stanno concentrando sulla diagnostica potenziando l’Invalsi ed estendendo a tappeto i suoi test senza dire una parola sulla successiva terapia.
Esplicitamente: su quante e quale scuole intendono intervenite, in che modo e con quanti soldi. E’ come se volessero misurare la febbre a tutti (ammesso ma non concesso – come ad alcuni piace sostenere – che i test Invalsi siano assimilabili a termometri) senza avere a disposizione nemmeno un’aspirina generica da somministrare.

Olimpiadi e Invalsi. Il sindaco di Roma Alemanno & c. (costruttori) hanno dovuto rassegnarsi alla rinuncia governativa alle Olimpiadi 2020. Ben potrebbero Miur e ministro Profumo non rinunciare ma soprassedere sulle prove Invalsi e approfondire riguardo ai rischi concreti di invalsizzazione della scuola, dei libri di testo e della didattica cioè il c.d. teaching to the test e la congruità con la valutazione di sistema (9) (3) (8). Una pausa di riflessione potrebbe consentire il confronto con chi si oppone all’Invalsi (10), di verificare gli aspetti normativi (11) (12) e valutare l’opportunità o meno di procedere d’autorità o con il consenso degli interessati.

La dispersione. Non si capisce perché, in alternativa alle indagini Invalsi, che richiedono ulteriori risorse e soprattutto tempo, si tralascia di intervenire da subito sulla dispersione scolastica (pari a circa il 20%, la più alta in ambito Ue). I cui dati sono già disponibili, facilmente organizzabili e interpretabili. Il governo e il Miur si potrebbero concentrare all’inizio sulle 10 o 20 province più bisognose con programmi almeno triennali di recupero e rafforzamento delle situazioni più critiche. Di certo si otterrebbero risultati anche a medio termine e la Ue non potrebbe che approvare.

LINK

(1) “Ce lo chiede l’Europa” – Cosimo De Nitto – 21.2.2012

(2) Ce lo chiede l’Europa – Tana de Zulueta – 22.2.2012

(3) Il governo Monti ricomincia col “testing”: “l’Europa lo vuole” – Giorgio Israel – 22.11.2011

(4) Il testo integrale della lettera del governo italiano all’Unione europea – 26.10.2011

(5) L’Era Monti e il pareggio di bilancio. Prima vittima la scuola? 13.11.2011

(6) Olli Rehn invia lettera a Tremonti: chiarimenti entro l’11 novembre – 8.11.2011

(7) Request for clarifications on the letter from PM Silvio Berlusconi

(8) Della valutazione di sistema. Lettera aperta al ministro Profumo – M. Tiriticco 19.11.2011

(9) Rilevazione nazionale degli apprendimenti (pag. 46 e seguenti)

(10) Prove Invalsi obbligatorie? No dei Cobas – di Reginaldo Palermo – 19/02/2012

(11) Le prove INVALSI obbligatorie per legge

(12) Invalsi: rilevazioni obbligatorie per legge – di R.P. – 18/02/2012

 

 

http://www.orizzontescuola.it/node/22510

Invalsi ora obbligatori per legge (w la democrazia e il confronto!)

L’articolo 51 del decreto legge n. 5 prevede che per le scuole la rilevazione degli apprendimenti faccia parte dell’ “attività ordinaria”. Ma questo non servirà di certo a far crescere la “cultura della valutazione”.

19/02/2012

di Reginaldo Palermo

Questa volta il Ministero dell’Istruzione ha deciso di mettere fine alle polemiche che ogni anno, immancabilmente, accompagnano la somministrazione delle prove Invalsi.
La soluzione individuata da Viale Trastevere sembra piuttosto chiara: usare lo strumento della legge per annullare ogni forma di opposizione alle rilevazioni degli apprendimenti da parte dell’Invalsi.
L’articolo 51 del recente decreto legge n. 5 sulle semplificazioni, chiarisce infatti che per le scuole la partecipazione alle rilevazioni va intesa come “attività ordinaria”.
“La norma – si legge nella relazione tecnica allegata al provvedimento – si propone di far sì che le rilevazioni nazionali degli apprendimenti siano effettuate dal 100% delle istituzioni scolastiche, mentre oggi, in assenza di uno specifico obbligo, circa il 5% delle scuole rifiuta con vari motivi di svolgerle; il rimanente 95% le svolge già oggi come attività ordinaria, senza necessità di remunerazione aggiuntiva per il personale coinvolto”.
Tanto che qualche ufficio periferico, come per esempio l’Usp di Torino, si è già premurato di trasmettere alle scuole il testo della norma facendo capire che, a questo punto, i collegi dei docenti non potranno più trincerarsi dietro delibere di dubbia legittimità.
Ci sia comunque consentito esprimere qualche dubbio sulla reale efficacia della norma.
Intendiamoci: se l’obiettivo è semplicemente quello di far sì che tutte le scuole, volenti o nolenti, partecipino alla rilevazione, è molto probabile che la norma possa contribuire a risolvere quasi del tutto il problema del 5% di scuole “recalcitranti”.
Ma a noi sembra che il punto vero di tutta la questione sia del tutto diverso: si tratta cioè di diffondere e sostenere nel sistema scolastico una autentica cultura della valutazione che implica, a sua volta, una modifica degli atteggiamenti e dei comportamenti degli operatori scolastici.
Per raggiungere questo obiettivo serve ben altro (piani di formazione, risorse per le scuole, aggiornamento continuo, …). L’idea che con una disposizione di legge si possano cambiare atteggiamenti, sistemi di valori e modi di pensare è certamente suggestiva, ma purtroppo (o per fortuna) è una idea destinata al fallimento.

 

http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/invalsi-rilevazioni-obbligatorie-per-legge.flc

La scuola-quiz tra sperimentazioni fallite e la trappola Invalsi

In questi ultimi giorni i sindacati della Triplice e altri sostenitori della scuola-azienda e della scuola-quiz si stanno vantando di aver bloccato l’orrenda sperimentazione gelminiana (fatta propria il 7 dicembre anche dal neo-ministro Profumo) Valorizza, che prevedeva premi in denaro e in seguito differenziazioni gerarchiche e salariali tra docenti utilizzando il grottesco metodo reputazionale.

Ad assegnare le “pagelle” agli insegnanti avrebbe dovuto essere un improponibile nucleo di valutazione, composto dal preside e da due docenti eletti dal Collegio (con la supervisione del presidente del Consiglio di Istituto), utilizzando, per distribuire premi salariali, anche i giudizi interessati di genitori e studenti sui propri docenti, e una ridicola scheda di autovalutazione in cui gli insegnanti dovevano auto-incensarsi su quanto sono bravi a spiegare, a coinvolgere le classi, ad avere un eccellente rapporto con le famiglie.

In realtà tale progetto era stato stroncato l’anno scorso – grazie all’intransigente opposizione dei COBAS – dai docenti coinvolti che al 99% si erano rifiutati, in tutte le province interessate, di prestarsi all’eutanasia del proprio lavoro. I pochissimi sostituti/e, reclutati affannosamente, avevano poi fatto mestamente notare ai Signori della Valutazione l’assenza di qualsiasi criterio oggettivo utilizzabile, dando il colpo finale alla manicomiale sperimentazione. A quel tempo tutti i sindacati, che oggi si prendono meriti abusivi, appoggiarono le sperimentazioni in atto o, i più ipocriti, osservarono un silenzio ponziopilatesco. E oggi, tra chi si vanta di vittorie non sue, non è avanzato alcun ripensamento sulla distruttività dei meccanismi pseudo-valutativi e di una futura scuola-quiz regolata dai pagliacceschi test INVALSI. Basterebbe leggersi i comunicati Cgil in cui si sottolinea di aver chiesto l’accantonamento del progetto Valorizza2 (la replica della fallita sperimentazione dello scorso anno) non perché tali meccanismi valutativi cancellerebbero ogni didattica di qualità, ma in quanto “invasivi di specifiche prerogative contrattuali”. Come se la sedicente valutazione andasse bene se a distribuire premi e punizioni fossero, oltre ai presidi, le RSU e i sindacati che gestiscono oligarchicamente i diritti democratici nelle scuole: ipotesi peraltro già presente negli esiti della Commissione MIUR-OOSS prevista dal CCNL 2003 e ribadita in quello vigente.

In verità la sperimentazione Valorizza era così grottesca da non poter essere sostenuta neanche tra i corifei e i galoppini, numerosi purtroppo, del collaborazionismo aziendale, tanto più dopo una opposizione di massa come quella messa in campo, grazie ai COBAS ma anche a tanti docenti non legati a noi, l’anno scorso. Pur tuttavia non ci rallegriamo troppo di questa vittoria non solo perché prosegue il secondo progetto di sperimentazione gelminiano, quel VALES (valutazione e sviluppo scuola, ex-VSQ) che intende valutare le scuole distribuendo ad esse premi e punizioni in termini di finanziamento, ma soprattutto perché l’arma di distruzione definitiva della scuola di qualità e di affermazione di una miserabile e cialtrona scuola-quiz è già pronta grazie all’INVALSI.

Chi negli anni passati aveva creduto alle rassicurazioni dei ministri Fioroni e Gelmini sull’innocuità dei quiz Invalsi, come sedicente supporto didattico ai docenti, ora deve aprire gli occhi. Di fronte alle sollecitazioni della Commissione Europea prima il governo Berlusconi e poi quello Monti hanno ammesso ciò che noi sosteniamo fin dall’esordio dell’INVALSI: “La responsabilità delle singole scuole verrà accresciuta, sulla base delle prove INVALSI, definendo per l’anno scolastico 2012-2013 un programma di ristrutturazione per quelle con risultati insoddisfacenti; si valorizzerà il ruolo dei docenti, elevandone, nell’arco di un quinquennio, impegno didattico e livello stipendiale relativo; si introdurrà un nuovo sistema di selezione e reclutamento”. Gelmini prima, Profumo ora, hanno smentito nell’arco di tre mesi chi negli ultimi anni si era affannato a dimostrare che l’INVALSI avrebbe aiutato docenti e studenti, scuola e famiglie: come sempre sostenuto dai COBAS la valutazione a quiz è un temibile strumento per piegare, con il ricatto del licenziamento e della dismissione degli istituti (come negli USA e in Gran Bretagna), docenti e scuole alla ristrutturazione più miserabile dell’istruzione.

I due governi, con una staffetta micidiale, hanno convenuto che “ l’ INVALSI misurerà il ‘valore aggiunto’ in termini di risultati dell’insegnamento prodotti da ogni scuola. La valutazione delle scuole sarà condotta da un Corpo di Ispettori…e porterà alla definizione di una classifica usata per dare alle scuole migliori incentivi e ricompense in termini di finanziamenti..Gli Ispettori valuteranno i risultati e proporranno le misure più appropriate che potranno includere una ristrutturazione dell’istruzione, compresa la ridefinizione della dimensione delle singole scuole. Per valutare le carriere dei migliori docenti è stato testato un sistema innovativo che disponga nuovi criteri di ricompensa”.

Dunque, come dai COBAS previsto fin dall’avvio del “nuovo”INVALSI, i quiz verranno usati per ristrutturare l’istruzione, premiare i docenti proni agli indovinelli, assegnare loro maggiorazioni stipendiali e progressioni di carriera e aumentare i finanziamenti non alle scuole in difficoltà ma a quelle che saranno giudicate le migliori in base ai quiz. Che queste saranno le linee-guida del programma per la scuola lo ha confermato Monti al Senato il 17 novembre, giorno del voto di fiducia al governo: “La valorizzazione del capitale umano deve essere un aspetto centrale: sarà necessario mirare all’accrescimento dei livelli di istruzione della forza-lavoro, che sono ancora oggi nettamente inferiori alla media europea, anche tra i più giovani. Vi contribuiranno interventi mirati sulle scuole…anche mediante i test elaborati dall’INVALSI e la revisione del sistema di selezione, allocazione e valorizzazione degli insegnanti”. E pochi giorni dopo gli ha fatto eco il neo-ministro Profumo in prima fila per imporre la “valutazione come fattore imprescindibile per attivare qualsiasi processo di miglioramento sia nella scuola che nell’Università” durante un Convegno internazionale, sponsorizzato da grandi centrali economiche e finalizzato a dimostrare la assoluta centralità della valutazione.

Le intenzioni degli aziendalisti scolastici sono cristalline: l’adeguamento alle esigenze delle industrie e del potere economico non passerà più attraverso le mega-riforme ma, come aveva anticipato una dozzina di anni fa Tullio De Mauro, ministro a V.Trastevere per pochi mesi, attraverso la modifica delle prove finali per gli studenti e costringendo tutto il sistema didattico ad adeguarsi alla valutazione finale a quiz per assegnare premi e punizioni a studenti, docenti e scuole, con la conseguente ristrutturazione su questa base dell’intero ciclo didattico e la sparizione di materie e programmi stabili, alla ricerca di “competenze” che siano improntate a quella massima flessibilità cognitiva richiesta dalla impresa capitalista. Dunque, questo sarà il prossimo terreno di scontro tra i difensori della scuola bene comune e i suoi distruttori.
Ma l’imposizione dei quiz INVALSI come prova della qualità del lavoro dei docenti e degli studenti provocherà anche la piena standardizzazione dell’insegnamento, da tempo ricercata da chi vuole far divenire l’istruzione una merce da vendere in regime di concorrenza tra privati. Sulla base dei quiz INVALSI si potrà modificare alla radice il lavoro didattico, imporre un modello universale di insegnamento-infarinatura, costringere il docente a seguire procedure prestabilite e generalizzabili, sconvolgere i testi scolastici (“abbiate pazienza, stiamo invalsizzando i nuovi testi”, dicono ai docenti i rappresentanti delle case editrici). Una volta realizzata la standardizzazione e la verifica omologata dell’insegnamento, verrebbe meno la necessità dei docenti professionisti. Per impostare, applicare, realizzare e valutare i quiz/test e con essi il rendimento di un insegnante o di uno studente, non serve un corso di laurea, basterebbero quei prestatori di servizi scolastici che l’OCSE caldeggiava fin dal 1996, trattandosi di un lavoro subordinato di bassa qualità. Insomma, i docenti che accettano l’invalsizzazione contribuiscono fattivamente alla eutanasia di una professione, oltre che all’immiserimento della scuola.

Secondo i diktat dei sostenitori della scuola-azienda e dell’istruzione-merce, l’obiettivo dell’istruzione non sarebbe più l’acquisizione del sapere (o dei saperi) e la capacità di leggere il mondo ma l’addestramento a “competenze” che permettano di svolgere lavori a bassa qualifica e modellati sulle capricciose esigenze del mercato. Ma se basta una infarinata linguistica, tecnica e numerica per uno studente disciplinato e reso acquiescente nel lavoro e nella società, colmo di “spirito aziendale e di gestione”, allora certamente la spesa pubblica del passato per l’istruzione risulta esagerata. E conseguentemente la scuola-azienda non può che produrre una scuola-miseria (tanto più in Italia con un apparato produttivo che ha sempre vissuto sul sostegno statale, l’abbassamento del costo del lavoro, il rifiuto di ogni spesa significativa per l’innovazione e la ricerca) e una scuola basata su quiz come metro di valutazione e di apprendimento.

L’epicentro dello scontro tra i difensori della scuola pubblica e i suoi distruttori ci sarà nelle giornate tra l’8 e l’11 maggio quando le scuole italiane saranno nuovamente investite dallo “tsunami” INVALSI con il tentativo ministeriale di imporre nuovamente e illegalmente i quiz ad ogni istituto e ad ogni docente. Se la grande maggioranza degli insegnanti, degli studenti (alle superiori) e dei genitori (medie ed elementari) collaborerà ai mefitici quiz, il prossimo anno essi diverranno prova d’esame alla Maturità, completando il ciclo della valutazione quizzarola e del conseguente immiserimento didattico dalle elementari all’Università.

E’ dunque cruciale organizzare fin d’ora il più ampio boicottaggio dei quiz, che non sono obbligatori né per le scuole né per i docenti, malgrado il MIUR e i presidi cerchino illegalmente di imporre il contrario: e in tal senso va letto anche il decreto sulle “semplificazioni”, per il quale le prove INVALSI rientrerebbero tra le “attività didattiche ordinarie”. Ancora una volta il MIUR non ha potuto far rendere legge la pretesaobbligatorietà dei quiz, perché essa invaderebbe il campo contrattuale per quel che riguarda gli obblighi di lavoro degli insegnanti e soprattutto violerebbe i principi costituzionali dell’autonomia delle istituzioni scolastiche (art.117) e della libertà di insegnamento (art.33), in base ai quali gli Organi collegiali e i singoli docenti hanno libertà di decisione su come svolgere qualsiasi “attività ordinaria”, compresi i criteri di valutazione sugli apprendimenti degli studenti: cosicché i quiz INVALSI restano non obbligatori.

Stiamo discutendo con varie e importanti organizzazioni studentesche e con molti genitori le forme di questo boicottaggio, ivi compresa la possibilità di uno sciopero per i primi due giorni dei quiz (la legge anti-sciopero impedisce di superare i due giorni consecutivi). Ma fin d’ora dobbiamo impegnarci al massimo per far circolare la più ampia informazione (compatibilmente con il divieto dittatoriale ai COBAS di tenere assemblee nelle scuole in orario di servizio, persino durante la campagna elettorale RSU) sulla distruttività della scuola-quiz e del diabolico meccanismo INVALSI e sull’autolesionismo di ogni forma di collaborazione con essi da parte di chi vuole difendere e migliorare la scuola pubblica.

Cobas Scuola

 

http://www.orizzontescuola.it/node/22365

Scuola differenza tra nord e sud (sempre a proposito di Invalsi)

L’invalsi ( Istituto nazionale per la valutazione delle scuole) ha effettuato una ricerca sull’apprendimento che hanno i ragazzi del sud da quelli del nord, fin dalle scuole elementari.
I ragazzi delle regioni meridionali in media hanno dato risposte non corrette a differenza dei bambini delle regioni settentrionali.
La ricerca è stata effettuata con dei test d’italiano e matematica. Naturalmente le persone campionate hanno la stessa età.
Vediamo un po’di numeri a confronto.
Per quanto riguarda il test d’italiano, in seconda elementare, i bambini hanno dato una percentuale di risposte corrette inferiore del 6% rispetto ad una seconda elementare del nord. Lo stesso test è stato ripresentato in quinta dove il divario tra nord e sud passa dal 6% al 2%.
Sempre in seconda elementare il test di matematica ha portato una stessa percentuale di errori tra nord e sud, ma si allarga abbondantemente in quinta, dove la percentuale tocca il 4%.
In base ai risultati della ricerca si è acceso un sostanziale dibattito.
Il presidente dell’istituto nazionale Invalsi ha detto che non va bene che ci sia gia un divario cosi grande tra i paesi del nord e quelli del sud, poiché con il passare del tempo la povertà di conoscenze si tradurrà in carriere di lavoro e bassi salari.

Per vedere altri confronti e commenti visita il sito Confronto24.it

Il mistero (non buffo) degli Invalsi

Avanti tutta verso la privatizzazione della scuola: quiz invalsi, organici, il “giallo”

Quiz Invalsi
Il governo Monti conferma di seguire pedissequamente la politica di privatizzazione dei beni comuni del governo Berlusconi. La scuola non fa eccezione. Nel Decreto semplificazioni, con semplice tratto di penna, le prove INVALSI diventano parte dell’attività ordinaria. Perché tanto zelo? Perché questi quiz sono ritenuti strategici? Lo denunciamo da tempo: i test servono per creare un sistema di differenziazione delle scuole e dei docenti.
Come scrivono Giorgio Vittadini (esponente di punta di Comunione e Liberazione), Andrea Ichino e Daniele Checchi, componenti della commissione incaricata dalla Gelmini di elaborare “Un sistema di misurazione degli apprendimenti per la valutazione delle scuole: finalità e aspetti metodologici”,
bisogna creare un sistema «che premia le singole scuole (o circoscrizioni scolastiche) con un budget correlato al ranking della scuola (permettendo così anche l’intervento del decisore politico, che può scegliere di premiare di più le scuole in situazioni difficili), lasciando poi alla singola scuola (o circoscrizione) di scegliere liberamente come premiare i singoli insegnanti (o gruppi degli stessi)». Sulla base di questo documento e della bozza Brunetta (quella famosa del 25-50-25 che prevedeva un 25% fisso di docenti fannulloni), la Gelmini diede vita alla fallimentare sperimentazione di valutazione del “merito”.
Quando ci siamo opposti ai test INVALSI l’anno scorso, chiedendo che i collegi dei docenti dibattessero e decidessero se volevano o meno che questa pratica omologante e anti-didattica entrasse nelle scuole, ministero e dirigenti scolastici hanno risposto con note deliranti e atti illegali. Alla fine però, hanno dovuto ammettere che avevamo ragione.
Poi sono venute le letterine tra governo, Unione Europea e BCE. Ma come, l’Italia rischia di cadere nel baratro, e si parla di INVALSI?
Il mercato dell’istruzione fa gola. La creazione del “ranking” delle scuole e l’abolizione del valore legale del titolo di studio permetteranno un’operazione simile a quella già fatta con ALITALIA e in procinto di attuazione con Trenitalia: la bad company al pubblico, la crema al privato.
Valutare i docenti con l’INVALSI permetterà, inoltre, un maggiore controllo sulla didattica di ognuno e un clima di servilismo verso il dirigente e tutti contro tutti per cercare di non essere tra i cattivi. In questi ultimi anni, molti docenti impauriti hanno rinunciato alla propria “libertà d’insegnamento”, giuridicamente ancora garantita, impiegando settimane o mesi del proprio tempo di insegnamento ad “addestrare” gli alunni al superamento dei quiz. Ecco come il potere aggira la legge e ci impone contenuti e metodi didattici.

Organici
Leggendo gli articoli “sull’organico funzionale”, ad una prima lettura sembrerebbe cogliere finalmente un’attenzione alle esigenze vere delle singole scuole, anziché il mero calcolo “ragionieristico” del contingente di personale sulla base del parametri delle norme Gelmini. Ma subito salta all’occhio che queste esigenze delle scuole non devono intaccare gli obiettivi di taglio e che l’organico assume la caratteristica di funzionalità solo se l’esigenza di un dato insegnante si protrae per almeno un triennio, sostegno compreso. Ciò significa che se ho un aumento di alunni disabili, posso contare solo su eventuali adeguamenti in organico di fatto. Insomma, non viene assolutamente affrontato lo stato di sofferenza attuale delle scuole ed il riferimento alla gratuità di qualsiasi intervento del governo chiarisce che non avremo nessun aiuto in termini di adeguamento degli organici.
Si fa poi riferimento agli “organici di rete” per affrontare integrazione e disagio. Scatta però l’allarme quando ricordiamo che solo la scorsa estate le note ministeriali in tema di organici suggerivano ai dirigenti di costituire reti di scuole per condividere parte del personale e affrontare così le carenze dovute ai tagli. Come se una scuola con un solo collaboratore scolastico per turno di servizio potesse migliorare le proprie condizioni condividendolo con un altro istituto. L’esperienza ci dice che anche l’organico di rete si tradurrebbe in minor servizio, aumento dei carichi di lavoro e negazione di diritti per il personale.

Il giallo
Nella prima stesura venivano fissati i numeri per gli organici docenti e ATA. Chiaramente si riferivano alla situazione post tagli, ma almeno si poteva sperare che non si procedesse oltre. Nell’ultima versione licenziata dal Consiglio dei Ministri il limite numerico sparisce; segno inequivocabile che il governo si appresta a mettersi a tavola per sbranare altri pezzi di scuola pubblica e non vuole si fissino limiti al suo appetito.
Sono poi spariti i 10.000 posti promessi nella prima versione; posti che non avrebbero dovuto comportare costi: al governo ci sarà qualcuno in grado di moltiplicare pani e pesci oppure questi 10.000 ce li saremmo dovuti pagare, magari tramite ulteriori riduzioni di salario. Sta di fatto che i 10.000 sono spariti il che significa solo che per propinarci altre riduzioni di stipendio modello Grecia dovranno inventare altre ricette.
Budget delle scuole
Nel decreto vi sono poi riferimenti a variazione nella gestione dei fondi delle scuole. Attendiamo maggiori precisazioni prima di dare un giudizio definitivo, ma è bene mantenere la massima vigilanza per evitare progetti che mirino ad accrescere i poteri di discrezionalità finanziaria attribuiti ai dirigenti scolastici.

Necessità? Urgenza?
Un’ultima riflessione merita il ricorso allo strumento del decreto legge, strumento che la Costituzione indica per i casi di necessità ed urgenza (calamità naturali, ad esempio). Usare questo strumento è un atto molto grave che mira a saltare di netto la discussione parlamentare su una materia di interesse generale e vitale per il paese quale si configura l’istruzione pubblica. I nostri tecnici e professori al governo pare abbiano dimenticato quanto appreso negli esami di diritto pubblico e così anche il Presidente della Repubblica che deve vigilare sulla correttezza costituzionale dei provvedimenti legislativi. La normativa sulla scuola pubblica non può essere relegata a provvedimenti frutto di mezze giornate di riunione del Consiglio dei Ministri perchè variazioni in tema d’istruzione si traducono nel medio e lungo periodo in cambiamenti sociali e culturali costitutivi del volto di ogni nazione.
ABBIAMO 60 GIORNI PRIMA CHE IL PARLAMENTO CONVERTA IN LEGGE IL DECRETO: DOBBIAMO FERMARLI
Avviamo da subito discussioni nelle scuole e prepariamo la mobilitazione

Vai all’articolato relativo alla scuola del decreto semplificazioni

 

http://www.orizzontescuola.it/node/22340

Test Invalsi, entra il “valore aggiunto” Risultati al netto dei “vantaggi sociali”

Il ministero dell’Educazione presenta il sistema VALeS: analisi della qualità dell’insegnamento anche considerando il contesto socio-economico e il background familiare. “Evitiamo che le scuole si avvantaggino o vengano penalizzate da fattori esterni al loro controllo”. Uno studio di questo tipo è già stato condotto in Veneto: ribaltata la graduatoria tra istituti tecnici e licei

di SALVO INTRAVAIA

Quando i professori italiani scopriranno il vero significato del “valore aggiunto” del sistema VALeS verranno percorsi da un brivido lungo la schiena. Perché, anche se il tutto rimarrà chiuso tra le pareti scolastiche, sarà possibile individuare i prof “più bravi” e quelli “meno bravi”. Ieri, il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, ha presentato ufficialmente il sistema di valutazione VALeS, rivolto alle scuole medie e superiori e ai relativi dirigenti scolastici. “Con il progetto sperimentale VALeS  –  spiega il sito del ministero  –  si offre alle istituzioni scolastiche e ai dirigenti scolastici del primo e del secondo ciclo l’opportunità di partecipare alla definizione di un processo che lega la valutazione ad un percorso di miglioramento continuo”.

Delle novità relative alla valutazione dei dirigenti scolastici Repubblica ha già riferito in anteprima. Ma una novità di rilievo è contenuta anche nel percorso che porterà alla valutazione delle singole scuole: per il momento su base volontaria, ma che successivamente potrebbe diventare obbligatoria. In ogni caso, l’Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) sarà in grado di individuare i docenti “più attrezzati” e i “fannulloni”: quelli che non riescono a far fare il salto di qualità ai propri alunni. Almeno, secondo il sistema messo in piedi dall’Invalsi per la valutazione delle prime e terze classi della scuola media e per la seconda classe delle superiori. Vediamo come.

E’ lo stesso ministero a spiegare in che modo si orienterà. “Ai risultati degli apprendimenti misurati con il calcolo del valore aggiunto contestuale a cura dell’Invalsi, si sono affiancate le analisi approfondite dei nuclei di valutatori esterni che hanno osservato la scuola da molteplici prospettive”. In altre parole, gli apprendimenti misurati attraverso i test Invalsi non verranno più valutati in modo “grezzo”. Se una scuola ha infatti la fortuna di avere un’utenza dalle condizioni socio-economiche più favorevoli è ovvio che i suoi alunni avranno performance migliori. Ma, allora, come si fa a valutare gli alunni in modo oggettivo?

Quella del Valore aggiunto, spiegano da viale Trastevere, “è una misura di quanto ciascuna scuola aggiunge al livello degli apprendimento conseguito dai propri allievi  –  spiega il ministero  –  tenendo conto della preparazione pregressa degli studenti in entrata e delle loro caratteristiche (come il background socio-economico-culturale)”. Inoltre, “il valore aggiunto è calcolato tenendo conto degli effetti (positivi o negativi) del contesto in cui opera la scuola”. “I modelli di valore aggiunto consentono di confrontare le scuole a parità di condizioni (…) evitando che queste si avvantaggino  –  o siano penalizzate  –  da quanto non è sotto il loro diretto controllo”.

Ma quello che il ministero non dice è che le scuole, alla fine del percorso valutativo, potranno scaricare dal cervellone dell’Invalsi le performance delle singole classi. In questo modo, a prescindere dai voti e dalla promozione, il preside potrà valutare il lavoro dei propri insegnanti, o meglio dei singoli consigli di classe. Ad onor del vero, in ogni singola istituzione scolastica, attraverso il passaparola dei genitori, si sa quali sono i prof più bravi e la corsa è proprio ad iscrivere i figli nelle sezioni dove insegnano gli insegnanti “migliori”. Ma con la valutazione dell’Invalsi attraverso il metodo del “valore aggiunto” ci sarà l’imprimatur dei numeri.

Il meccanismo è semplice. Gli alunni della prima media vengono sottoposti ai test Invalsi di Italiano e Matematica. I loro risultati vengono quindi “depurati” dei cosiddetti fattori “individuali” (genere, origine immigrata, condizioni socio-economiche-culturali, posticipatario), di quelli “strutturali” relativi alla scuola e dei fattori di “contesto territoriali”. Quando in terza ripeteranno le prove, il risultato confrontato con quello della prima classe fornirà quanto la scuola avrà influito sulla preparazione degli alunni e, per le singole classi, quanto il singolo consiglio di classe avrà influito nella crescita culturale degli alunni. Stesso discorso per la scuola superiore, confrontando i dati dei test di terza media, quelli della seconda e quelli della quinta classe, non ancora partiti.

Al tal proposito, una sperimentazione in tal senso è già stata condotta in Veneto quattro anni fa, confrontanto le diverse scuole. Ma si può fare anche con le singole classi. Gli studiosi dell’Ansas (l’Agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica) del Veneto, sulla base dei test Ocse-Pisa del 2006 di Scienze, ha stilato la graduatoria “grezza” delle 45 scuole superiori del Veneto in cui ai primi posti si posizionano 5 licei e agli ultimi posti gli istituti tecnici e professionali. Ma non appena i punteggi vengono depurati del valore aggiunto la classifica si ribalta: nelle prime cinque posizioni si piazzano altrettanti istituti tecnici, seguiti da un professionale. Lo studio è stato realizzato da Angela Martini, in collaborazione con Roberto Ricci ora a capo dell’Invalsi.

(09 febbraio 2012)

http://www.repubblica.it/scuola/2012/02/09/news/test_superiori-29594978/

Un prof: ero contro le prove Invalsi, ecco perché ho cambiato idea

Ricordate quella scena del film La scuola di Daniele Luchetti, quando il prof. Vivaldi (Silvio Orlando) entra in classe con il registro personale tenuto sollevato sopra la testa, mostrandolo come immane minaccia agli alunni che scappavano inorriditi dal segno certo dell’inevitabile interrogazione? Ebbene, se provate a fare la stessa cosa con un fascicolo di una prova Invalsi entrando in un collegio dei docenti, otterrete un effetto simile. Lo dico con il sorriso, ovviamente. Tuttavia è innegabile che le prove Invalsi suscitino in molti docenti grande avversione e contrarietà. Perché tutto questo? È giustificabile?

Al loro ingresso nel mondo della scuola (partecipai alla prova Invalsi di italiano nell’anno scolastico 2004/2005 in una classe IV di scuola primaria), anch’io, come molti colleghi, fui decisamente contrariato dalla novità, adducendo una serie di ragioni che in realtà mal celavano il profondo fastidio verso una prova che, in un modo o nell’altro, mostrava all’esterno la “mia” classe chiamandomi inevitabilmente in causa. Nello stesso tempo, tuttavia, mi aveva favorevolmente colpito quel modo particolare di porre le domande, quell’“invito” implicito e costante alla rilettura del testo, quell’esercizio dell’analisi e della deduzione per trovare la giusta risposta, mai direttamente presente. Pur continuandone a parlare male in pubblico, non riuscivo in privato a negare a me stesso che l’uso di tali prove aveva dato importanti stimoli alla mia attività didattica. Nel tempo quindi ho cambiato il mio giudizio nei loro confronti, grazie anche alla lettura di diversi articoli e documenti ufficiali Invalsi riguardanti la modalità di costruzione delle prove e le loro specifiche caratteristiche.

Negli ultimi tre anni, poi, all’interno dell’istituzione scolastica dove presto servizio, ho assunto l’incarico di referente per l’attività Invalsi. È stata l’occasione di un confronto diretto con i miei colleghi, ai quali ho fornito materiali, documentazione e informazioni sull’argomento, raccogliendo, nello stesso tempo, le loro numerose osservazioni, esperienze e critiche al riguardo. Io stesso ho partecipato alle rilevazioni in qualità di somministratore ma anche in qualità di osservatore esterno presso altre istituzioni scolastiche, in particolare presso una scuola secondaria di primo grado e una scuola secondaria di secondo grado. Credo di aver maturato, quindi, una discreta esperienza a riguardo, che mi porta ad alcune considerazioni.

Parto da quello che ritengo un dato di fatto: pochi insegnanti conoscono veramente lo “strumento” utilizzato dall’Invalsi per la rilevazione. È anche vero che a livello di opinione pubblica su questo argomento dominano più le “frasi ad effetto” che una reale informazione. Comprendere “come funziona” questo strumento, invece, eliminerebbe alla radice molti equivoci contribuendo a diminuire sensibilmente l’avversione che il mondo della scuola non ha mai nascosto nei confronti delle rilevazioni nazionali. Nei vari incontri di informazione/formazione che ho avuto con diversi insegnanti in qualità di referente, mi sono preoccupato in via prioritaria di fornire informazioni circa la modalità di elaborazione della prova e il suo “modo di funzionare”.

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L’Invalsi per il governo Monti e per la Commissione Europea

comunicato Cobas Scuola – Chi lavora nella scuola conosce le misure per innalzarne la qualità: massimo 20 alunni per classe, ripristino delle compresenze (si sta toccando con mano il disastro provocato dalla loro soppressione), ritorno ad un effettivo tempo pieno, un serio piano di aggiornamento per i docenti, eliminazione del precariato, implementazione dei laboratori, ecc. Queste sarebbero le misure concrete se vogliamo discutere seriamente di qualità della scuola. Dalla Commissione Europea e dalla Banca Centrale Europea sono arrivati invece ben altri messaggi e ben diverse proposte. Ricostruiamo il “dialogo” tra queste istituzioni e il governo italiano riguardo alla la nostra scuola.

Il 5 agosto 2011 un documento firmato dalla BCE (dall’allora presidente Jean Claude Trichet e dall’attuale, Mario Draghi) impone i temi di distruzione sociale giunti ora al governo Monti, citando una volta sola la scuola, insieme a sanità e giustizia: «Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance, soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione».

Berlusconi risponde con una lettera del 26 ottobre 2011 in cui precisa:«L’accountability delle singole scuole verrà accresciuta, sulla base delle prove INVALSI, definendo per l’anno scolastico 2012-13 un programma di ristrutturazione per quelle con risultati insoddisfacenti; si valorizzerà il ruolo dei docenti, elevandone, nell’arco d’un quinquennio, impegno didattico e livello stipendiale relativo; si introdurrà un nuovo sistema di selezione e reclutamento».

Due elementi colpiscono: Berlusconi afferma che i quiz saranno alla base della “ristrutturazione” delle scuole che andranno male (che faranno? In USA c’è anche il licenziamento) e promette di lavorare sulla differenziazione delle carriere, “elevando l’impegno didattico” (i colleghi spagnoli stanno lottando perché da loro è stato elevato il numero di ore settimanale).

La UE interviene ancora il 4 novembre2011 con 39 domande con le quali chiede dettagli sui provvedimenti annunciati; le domande 13 e 14 riguardano la scuola:

13. Quali caratteristiche avrà il programma di ristrutturazione delle singole scuole che hanno ottenuto risultati insoddisfacenti ai test INVALSI?

14.Come intende il governo valorizzare il ruolo degli insegnanti nelle singole scuole? Quale tipo di incentivo il governo intende varare?

Risponde Giulio Tremonti con un documento che affronta i temi delle 39 domande; ecco cosa dice sulla scuola: «INVALSI misura il “valore aggiunto” in termini di risultati dell’insegnamento prodotti da ciascuna scuola, tenendo conto del contesto socio economico. […]La valutazione delle scuole sarà condotta da un Corpo di Ispettori […] che analizzerà anche l’ambiente di lavoro, la qualità dei procedimenti (procedure) e dei parametri, utilizzando informazioni relative non solo all’insegnamento […]. La valutazione delle scuole porta alla definizione di una classifica usata per dare alle scuole migliori incentivi e ricompense in termini di finanziamenti… INDIRE interviene nel contesto delle scuole più critiche attraverso una varietà di azioni come formazione del personale e consulenza su miglioramento organizzativo, educativo, comunicazione e ricerca educativa. Gli Ispettori valuteranno i risultati e proporranno le misure più appropriate che potranno includere […] una ristrutturazione dell’Istituzione compresa la ridefinizione della dimensione delle singole scuole […] Per valutare le carriere dei migliori docenti è stato testato un sistema innovativo che disponga nuovi criteri di ricompensa. Un mese extra di stipendio è assegnato ai migliori docenti (in media 20-30% per scuola). […] L’estensione dei criteri così testati sarà implementata a partire dal prossimo contratto dei docenti».

E’ un programma distruttivo le cui linee guida saranno le stesse di Monti e del ministro Profumo. Ecco infatti cosa ha detto Mario Monti al Senato il 17 novembre 2011 il giorno della fiducia: “La valorizzazione del capitale umano deve essere un aspetto centrale: sarà necessario mirare all’accrescimento dei livelli d’istruzione della forza lavoro, che sono ancora oggi nettamente inferiori alla media europea, anche tra i più giovani. Vi contribuiranno interventi mirati sulle scuole e sulle aree in ritardo, identificando i fabbisogni, anche mediante i test elaborati dall’INVALSI, e la revisione del sistema di selezione, allocazione e valorizzazione degli insegnanti.”

Noi che siamo nella scuola conosciamo bene i suoi problemi e le sue priorità. Come ministro/a, nessuno/a di noi potrebbe pensare di migliorare la scuola con un sistema di quiz su cui basare carriera docenti e fondi agli istituti: sappiamo anzi benissimo che la qualità della scuola sarebbe nettamente inferiore se la didattica dei quiz vincesse. Come mai per loro (governo italiano, Commissione Europea, BCE, imprese) la priorità è questa? Cosa c’è dietro questa furia classificatoria e distruttiva della qualità della scuola?

C’è un progetto preciso: modificare in profondità la natura e la finalità della scuola della Costituzione, la scuola pubblica di qualità per tutti/e deve appartenere al passato. Vogliono una scuola succube del sistema produttivo, che formi forza-lavoro precaria, flessibile, fortemente riconvertibile (“imparare ad imparare”, “la formazione lungo l’arco della vita” ), poco qualificata e quindi senza troppe pretese (“i giovani sono sovra qualificati”, dicono …).

Per questo catastrofico progetto vogliono obbligare i docenti a sottomettersi ad una scuola schiacciata sulle “competenze” e sui quiz atti a misurarle: la carriera meritocratica basato sui quiz INVALSI è lo strumento attraverso il quale comprare la nostra collaborazione.

http://www.orizzontescuola.it/node/21917

L’Invalsi, è “privatizzato”?

propongo un buon articolo su una questione spinosa

Marco Barone – La mia risposta è : in sostanza può divenirlo, anzi la strada percorsa sembra essere quella della fiatizzazione dell’Invalsi. Ora vi spiegherò il perchè ed il come.

L’INVALSI è l’Ente di ricerca dotato di personalità giuridica di diritto pubblico che ha raccolto, in un lungo e costante processo di trasformazione, l’eredità del Centro Europeo dell’Educazione (CEDE) istituito nei primi anni settanta del secolo scorso. Sul loro sito internet si legge che sulla base delle vigenti Leggi, che sono frutto di un’evoluzione normativa significativamente sempre più incentrata sugli aspetti valutativi e qualitativi del sistema scolastico, l’Istituto: svolge attività di ricerca, sia su propria iniziativa che su mandato di enti pubblici e privati

E lo hanno anche scritto. Ma se ciò non bastasse con il Decreto n. 11 del 2 settembre 2011, con il quale è stato definito lo Statuto dell’Invalsi, all’ Articolo 6 – voce Entrate- si legge che :

1. Le entrate dell’Istituto sono costituite:
a) dai contributi ordinari a carico del Fondo ordinario per il finanziamento degli enti pubblici di ricerca;
b) da finanziamenti e contributi non ordinari finalizzati anche alla realizzazione del PTA dei relativi aggiornamenti annuali;
c) da finanziamenti e contributi finalizzati all’attuazione di leggi speciali;
d) da finanziamenti e contributi dell’Unione europea e di organismi internazionali;
e) da finanziamenti e contributi di Regioni, Enti locali, fondazioni, associazioni, istituzioni;
f) dai proventi realizzati per la fornitura di servizi;
g) dal ricavato di attività di ricerca svolte, previa la stipula di contratti, nell’interesse di soggetti pubblici e privati, nonché dal ricavato della cessione di diritti di proprietà intellettuale;
h) da ogni altra eventuale entrata di qualsiasi provenienza, pubblica o privata, nonché da eredità, lasciti, donazioni e contributi volontari.

Anche questo è stato scritto. Dunque, parliamo dell’Ente di ricerca, sulla carta pubblico, ma che in realtà può, in qualsiasi momento, attivarsi per mandato dei privati ed essere finanziato dai privati. Ovvero proporre il modello di valutazione delle scuole come voluto dai soliti notabili di questo Paese, per realizzare una Scuola che produce profitto, lavoratori e futura èlite dirigenziale.
Chiamasi processo di fiatizzazione della Scuola Pubblica Statale italiana, di cui l’Invalsi può divenire uno strumento, anzi forse lo è già, come ho segnalato con precedente articolo sul modello di valutazione applicato per i dipendenti Fiat, o sul processo di Fiatizzazione in itinere con altro articolo , ove mi soffermavo in particolar modo sull’operato della Fondazione Giovanni Agnelli.

Ed a proposito della Fondazione Giovanni Agnelli voglio ora evidenziare altre interessanti situazioni non forse poi tanto situazioniste ma ben programmate nel tempo.

Nel 2010 si era insediato il comitato tecnico scientifico (CTS) con l’obiettivo di “proporre l’istituzione di un sistema nazionale di valutazione e di miglioramento della didattica”.

Il comitato era così composto (in rigoroso ordine alfabetico): Barzanò Giovanna, Biondi Giovanni, Bottani Norberto, Cappello Giancarlo, Cosentino Giuseppe, Gallegati Paola,Gavosto Andrea,Gentili Claudio,Ichino Andrea, Israel Giorgio, Oliva Attilio, Poggi Annamaria, Ribolzi Luisa, Zen Giovanni.

Luisa Ribolzi è rappresentante per l’Italia nel Consiglio di Amministrazione dell’OCSE / CERI. E’ stata per due mandati membro del Consiglio direttivo della Fondazione San Paolo per la scuola. E’ stata coinvolta in commissioni ministeriali di vario tipo a partire dal 1995 (commissione sulla valutazione dei dirigenti, ministero Lombardi). Per il ministero Berlinguer ha fatto parte della Commissione dei Saggi e poi del comitato ristretto di sei persone che ha steso le indicazioni sui saperi minimi; per il Ministro Moratti ha partecipato alla Commissione per l’istituzione del sistema di valutazione della scuola e per la realizzazione della parità; per il Ministro Fioroni ha coordinato presso l’Invalsi il gruppo di ricerca sulla valutazione dei dirigenti; per il ministero Gelmini è stata membro della Commissione per la riforma degli Istituti Tecnici.

Ovvero è il classico tecnico che non ha colore politico e che lavora per il sistema e nel sistema.
In un suo testo (Ribolzi_In_medio_stabat_virtus_-_FGA_WP42.pdf), pubblicato, guarda caso, e non è il primo, dalla Fondazione Giovanni Agnelli, si legge, tra la pg. 20 e 21, che l’apprendistato, che pure è sempre stato molto diffuso soprattutto in alcuni settori e nell’Italia del Nord, patisce ancora più pesantemente l’etichetta di formazione di serie B:negli anni Novanta, viene considerato soprattutto una forma di assunzione meno costosa, e solo raramente in alcune sperimentazioni di qualità – ad esempio in Veneto, in Lombardia e in Toscana – cura gli aspetti formativi. Proprio per questo, tranne in pochi casi non vi è nessuna sinergia fra le scuole e gli insegnanti della media e i formatori dell’apprendistato e della formazione professionale. Si deve arrivare al 2003 per l’istituzione del cosiddetto “apprendistato in diritto dovere” che consente l’assolvimento dell’obbligo di istruzione, norma evidentemente superata dal prolungamento dell’obbligo scolastico che solo nel 2011, con il testo unico sull’apprendistato, ne vedrà riconoscere il valore formativo.

Dunque collaboratrice attiva per l’Invalsi, pubblica opere che vengono più volte richiamate dalla Fondazione Giovanni Agnelli ma anche nel POF dell’Istituto Agnelli, su cui a breve farò una sintetica ma incisiva riflessione. Coincidenze? No.

Il fatto che la Fondazione Agnelli si sia occupata specialmente di scuola media un motivo vi deve essere. E questo motivo è dato dal nesso scuola-lavoro. Perchè è proprio in quel ciclo di studi, in quella cerchia di età che si determinerà la formazione decisiva del futuro studente, che potrà divenire un critico, un pensante, oppure un lavoratore o un dirigente aziendale.

Ed il fatto che, finalmente a detta loro, l’apprendistato ora è stato riconosciuto come valore fondante la formazione dell’individuo, il dado è più che tratto. E sarà un caso che i quiz Invalsi siano prova di esame proprio alla scuola media? Direi di no.

Infatti, guarda il caso non proprio casuale, a pag. 65 del documento EURYDICE dal titolo Prove nazionali di valutazione degli alunni in Europa: obiettivi, organizzazione e uso dei risultati si legge che: Un’ulteriore preoccupazione riguarda le modalità con cui controbilanciare i potenziali effetti indesiderati dei test, come la tendenza ad adattare o limitare l’insegnamento alle parti del programma oggetto d’esame, o di porre troppo l’accento sulle competenze specifiche per il superamento del test. Tali effetti possono essere particolarmente pronunciati nel caso di prove dal peso determinante per alunni o studenti, ma anche per insegnanti e scuole.

Ed è un caso che recentemente si è affermato il concetto di invalsione dei libri di testo? Che i docenti per far superare i quiz ai propri ragazzi sono costretti, per forza di cose e di sistema, a prepararli proprio in funzione di quei quiz? E la libertà d’insegnamento? E l’amore per la cultura? Andata in malora.

E su cosa dovranno essere preparati gli studenti che devono fare, obbligatoriamente, ad oggi, per le sole classe di esame, non per tutte le altre situazioni, i quiz dell’Invalsi?

Beh, se l’Invalsi verrà finanziato dai privati, visto e rilevato che la legge lo consente, se l’Invalsi effettuerà ricerche su mandato dei privati, visto che la legge lo consente, il quadro è chiaro. Gli studenti dovranno essere preparati e formati sulla base delle necessità richieste dal mercato e dai capitalisti.

Questa non è ideologia, è una mera constatazione della realtà. Se vogliamo avere una sorta di anticipazione su come può divenire la Scuola Pubblica Italiana, vi suggerisco di leggere il POF dell’Istituto Agnelli , documento
pubblico e pubblicato sul loro sito, da pagina 28 in poi, ed è interessante notare come si realizza il processo di valutazione interna ed esterna che coinvolge docenti e studenti, ma anche le famiglie, per non parlare dei rapporti tra scuola e mondo del lavoro.

Ma suggerisco anche di leggere quanto pubblicato dall’istituto “Virginia Agnelli” che è una Scuola Cattolica Salesiana.

Sul loro sito si leggeche da anni la Scuola Primaria aderisce alla valutazione INVALSI per confrontarsi con gli standard nazionali e nel 2006 ha ottenuto la Certificazione di Qualità (norme ISO 9001: 2000) monitorata nel tempo dalle visite Ispettive r rinnovata secondo le norme ISO 9001 – 2008 nel dicembre 2009. Ai fini della valutazione globale della scuola e dei processiattivati, prima del termine dell’anno scolastico, viene fatto pervenire a tutte le famiglie un apposito questionario per valutare la qualità del servizio in merito ad alcuni aspetti di tipo amministrativo, organizzativo ed educativo. Esso viene compilato in forma anonima e consegnato chiuso ai docenti che provvedono ad elaborare i risultati per utilizzarli come strumento di verifica e stabilire le eventuali azioni correttive da intraprendere. L’esito del questionario è valutato anche dal Consiglio della Scuola e comunicato alle famiglie attraverso una sintesi grafica e una relazione affissa in bacheca e inserita nel sito dell’Istituto. L’intero processo educativo – didattico annualmente è monitorato attraverso il Riesame della Direzione che individua obiettivi di miglioramento e indicatori di efficacia.

Vi ricorda qualcosa ciò?
Ed allora, come prima e più di prima, ribadisco, no alla Fiatizzazione della Scuola Pubblica Statale italiana, no all’Invalsione della Scuola Pubblica Statale italiana.

http://www.orizzontescuola.it/node/21798

Presidi, Invalsi, trasparenza: qual è il filo rosso che li unisce?

riporto da ilsussidiario.net

SCUOLA/ Presidi, Invalsi, trasparenza: qual è il filo rosso che li unisce?

giovedì 5 gennaio 2012

SCUOLA/ Presidi, Invalsi, trasparenza: qual è il filo rosso che li unisce?

I giorni di chiusura delle scuole per le vacanze natalizie non sono privi di notizie di rilievo per la scuola. Forse non è il momento più adatto per accorgersi di alcuni segnali interessanti, ma sarebbe un peccato non coglierli. Fra le occasioni di riflessione: si sono svolti a metà dicembre i due compiti scritti per gli aspiranti presidi, le scuole stanno ricevendo il pacchetto dei dati Invalsi relativi alle loro classi, con armamentario di percentuali e grafici, sta per partire il progetto “Scuole in chiaro”. Quale filo rosso unisce queste tre notizie?

Cominciamo dal concorso a presidi: sul sito dell’Adi sono state raccolte impressioni a caldo dei candidati, tendenzialmente negative riguardo alle tracce e in generale allo svolgimento della prova. Il sito presenta anche, regione per regione, le due tracce assegnate, una di carattere generale e dai margini ampi, e l’altra presentata come “studio di caso” di un problema specifico in un determinato contesto. Noto a margine che fra gli studi di caso in cui immaginare di intervenire, tutta una serie di situazioni diciamo così “problematiche”, e tali che potrebbero dissuadere un aspirante preside dal perseguire nel suo intento: bullismo, situazioni di abbandono scolastico diffuso, demotivazione degli insegnanti, incapacità di risolvere il problema degli alunni stranieri, calo di iscrizioni, clima di elevato tasso di degrado culturale, tensioni all’interno dei consigli di classe, ecc. (naturalmente al candidato è chiesto di ipotizzare un’azione risolutiva).

Se si trattasse un’immagine anche implicita della scuola, sarebbe quantomeno parziale: in realtà non è meno impegnativo per un dirigente scolastico riuscire a convogliare e a valorizzare le risorse magari frammentarie e scoordinate ma positive di un corpo docenti che prova a rispondere dal basso alle provocazioni del contesto.

Fatta questa osservazione a margine, vorrei segnalare che in ben tre regioni, Abruzzo, Sicilia e Sardegna, la traccia chiedeva all’aspirante ds come avrebbe potuto utilizzare i risultati delle prove Invalsi: L’Invalsi ha di recente restituito alla scuola le schede diagnostiche dei risultati conseguiti dalle classi, raffrontati con i livelli medi rilevati nella regione di appartenenza e sul territorio nazionale…”; “A seguito delle prove Invalsi somministrate agli alunni partecipanti agli esami di stato della scuola secondaria di primo grado, il Dirigente scolastico dell’I.C. “G. Pascoli”, inaspettatamente, apprende che i risultati sia della prova di italiano che di quella di matematica non sono soddisfacenti…”; “il Dirigente scolastico prende atto che il Collegio dei docenti ha evidenziato che alcune classi presentano delle prove Invalsi notevolmente peggiori di quelli registrati dalle altre classi, mentre gli esiti degli scrutini sono nella norma della generalità della scuola…”.

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